Andrea Segre e le ragioni de La Prima Scuola

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Andrea Segre è l’ispiratore di questo progetto. In questa intervista il regista spiega le ragioni che lo hanno portato a immaginare LA PRIMA SCUOLA e le sue esigenze di padre e cittadino per il rispetto verso i bambini.

intervista a cura di Michele Aiello

Il progetto La Prima Scuola nasce durante la realizzazione del tuo ultimo film, La Prima Neve. C’è un aneddoto in particolare che ti ha dato l’ispirazione?

L’idea de La Prima Scuola nasce dal lavoro con i bambini nel film e anche dall’esperienza come genitore di una bambina che frequenta una scuola elementare di periferia. In particolare, ricordo l’entusiasmo di Matteo, il protagonista del film, quando subito dopo le riprese mi ha detto tutto contento che avrebbe continuato l’esperienza di recitazione in uno spettacolo teatrale a scuola. La cosa divertente è che quando gli ho chiesto che ruolo faceva lui mi ha guardato un po’ sornione e mi ha detto “io faccio Dio” e non era una battuta perché poi ha impersonato veramente Dio in questo spettacolo.

Questa continuità del lavoro di Matteo nella sua scuola di Fierozzo nella Val dei Mocheni è stato uno dei primi input da cui ho cominciato a pensare a un progetto, anche se la vera urgenza da cui nasce è l’aver visto, da genitore e cittadino, quanto siano pesanti le conseguenze dei tagli economici sull’offerta che la scuola elementare può dare ai bambini in Italia.

In Io sono Li sfiori le storie di due bambini che soffrono, in modo differente, le dinamiche delle vite dei loro genitori. Questo diventa il leitmotiv ne La prima neve. Perché hai questa attenzione verso il mondo dei più piccoli?

Con il mio linguaggio artistico, cerco sempre di relativizzare il mio punto di vista, raccontando le cose attraverso sguardi diversi dal mio e cercando di mettere in discussione alcune certezze apparenti. Mettere in discussione il proprio punto di vista di adulti dando spazio e forza al punto di vista dei bambini è sicuramente una degli esercizi di relativizzazione più entusiasmanti che un adulto possa fare. L’ho fatto in parte in Io sono Li e una delle scene a cui tengo di più è quando gli uomini dell’osteria, così apparentemente sicuri di sé si ritrovano congelati per il solo fatto di doversi occupare di un bambino che viene lasciato nel loro “salotto”. Ne La prima neve questo tema diventa centrale, perché il racconto di un dolore profondo viene affidato a un bambino.

Un grande pedagogo polacco, Janusz Korczak, pone come principio fondamentale nell’educazione dei bambini “il diritto del bambino al rispetto”. Che tipo di rispetto hai verso i bambini?

La prima forma di rispetto nei confronti dell’Altro è avere il coraggio di ascoltare quello che l’Altro può dire di te, è l’opposto dello sguardo compassionevole. Per me il rispetto è avere il coraggio di farsi raccontare dagli altri. È molto importante farlo anche con i bambini. Quando sono diventato padre, ho cominciato ad andare in giro per il mio quartiere con mia figlia piccola e ho capito quanto ingiusto e brutto fosse per lei quello spazio. Lì i bambini non avevano movimento, libertà ed espressione. Per questo credo che una delle sfide più coraggiose sia ridisegnare le nostre città e i nostri spazi pubblici con lo sguardo del e il rispetto per il bambino.

Andrea Segre e Luca Bigazzi sul set de La Prima Neve (foto di Simone Falso)

Andrea Segre (destra) e Luca Bigazzi (sinistra) sul set de La Prima Neve (foto di Simone Falso)

 “La prima scuola” mira a finanziare progetti nelle scuole periferiche, laddove si sono creati contesti di multiculturalità. Questo ha delle potenzialità anche in riferimento alla costruzione di un nuovo senso di appartenenza? Il concetto di appartenenza a una nazione è ormai superato, secondo te è necessario avviare un percorso che crei le condizioni per un nuovo senso di partecipazione?

Se la scuola ha il compito di formare al meglio i cittadini di domani, oggi ha il compito di preparare il Paese a un futuro che è già presente, cioè quello di una società aperta e multiculturale. Nonostante quelli che io chiamo i furbi della paura, oggi l’Italia è un Paese multiculturale e lo è soprattutto nelle scuole elementari.

Non si può continuare a credere in una società che ha creduto di poter volare sulle ali dell’individualismo più esasperato e competitivo. Il senso di partecipazione, condivisione e contaminazione con l’Altro è una strada  essenziale per non essere schiacciati da quella crisi economica che è diventata anche crisi umana. Certamente non credo che l’identità nazionale sia la soluzione a questo senso di solitudine e che le comunità che si possono formare sono le più diverse e non vanno chiuse sotto singole campane.

Qualcuno potrebbe obbiettare che l’arte non sfama nessuno e in un momento di crisi forse sono più importanti i problemi materiali. Cosa ci guadagnano le famiglie?

L’educazione pubblica e l’arte sono senza scopo di lucro, questa è la loro essenza. Non si fa una scuola e non si fa arte per guadagnare soldi. Possono certamente produrre un reddito, perché avendo una società più acculturata e in cui la scuola funziona meglio si è più capaci di produrre economia. Ma nessuna delle due nasce per produrre reddito. Per questo educazione e arte hanno punti d’incontro importanti e molto spesso i laboratori artistici si integrano in maniera virtuosa con l’attività didattica. Il teatro, il cinema e la musica cambiano molto quando entrano nel mondo della pedagogia, perché diventa molto più importante il processo che non il prodotto. Un laboratorio teatrale in una scuola può anche non produrre nessuno spettacolo, ma produrre invece un disegno perché il processo ha portato a quello. Lì dove ho assistito a laboratori artistici nelle scuole ho visto aumentare la partecipazione delle famiglie all’interno dell’attività didattica e della vita scolastica dei loro figli. Questo perché c’è un coinvolgimento maggiore e questi laboratori spesso raccontano pezzi delle famiglie.

Quando hai incontrato genitori e insegnanti hai notato più entusiasmo o più scoramento verso progetti futuri?

L’Italia è un po’ schizofrenica, ci si piange addosso però poi si costruiscono resistenze inaspettate, per poi  ri-piangersi addosso il giorno successivo. Ho visto insegnanti completamente appiattiti di fronte alla progressiva erosione delle loro possibilità d’insegnamento e ho visto insegnanti che invece hanno reagito costruendo percorsi meravigliosi. La prima scuola nasce proprio per dire a quegli insegnanti che hanno il coraggio di insistere e di rinnovare costantemente la loro offerta “avete un appoggio, avete qualcuno che vuole valorizzare il vostro lavoro, che vuole darvi degli strumenti, perché siete essenziali per la nostra società” e agli insegnanti più scorati “guardate che in realtà non tutto è fermo, potete anche voi giocare un ruolo importante”. La prima scuola è un moltiplicatore di resistenze che possono diventare energie di nuova esistenza.

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2 risposte a “Andrea Segre e le ragioni de La Prima Scuola

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