Intervista a Marco Paolini

Marco Paolini ha un ruolo attivo nel progetto La Prima Scuola, in quanto farà parte della commissione responsabile della selezione dei progetti artistici. Presentiamo qui un’intervista in cui spiega le ragioni della sua partecipazione e le potenzialità di laboratori teatrali nelle scuole. Qui sotto la sintesi audio dell’intervista e l’intervista completa.

intervista a cura di Michele Aiello

Come produttore del film La prima neve, perché crede nel progetto?

Io ho la percezione che questo Paese si stia tagliando in due. È una forbice territoriale e sociale che porta molte persone ad escludere di spendere soldi per andare al cinema o a teatro. Questo è diventato un problema anche culturale, perché molti non vedono più nemmeno l’utilità dell’arte.

Bisogna investire sul futuro puntano sulla didattica, sulla pedagogia e sulla formazione. La scuola deve diventare un’esperienza vitale, che ritorni con forza ad affiancare l’educazione familiare. Con l’indebolimento della scuola, la famiglia è diventata l’unica vera matrice con cui uno cresce, ma non si può pensare che il destino dell’educazione di un bambino rimanga in mano alle famiglie, perché non tutti i genitori hanno le stesse risorse né la stessa sensibilità verso i propri figli. Questo progetto è un antidoto al destino.

Data la crescente disparità di opportunità dei diversi nuclei familiari, la potenzialità del progetto è andare a operare in aree periferiche. Perché secondo Lei è importante?

Ridistribuire il reddito e le opportunità può sembrare una scommessa velleitaria, ma il realismo è un lusso che non ci possiamo permettere. Il realismo è quello dei costi del bilancio, che vieta di fare queste cose perché non si vedono i possibili benefici. Noi non riusciamo più a parametrare i benefici che derivano da certi costi. Questo progetto può creare benefici se riesce a mobilitare risorse da parte di persone che ci credono.

Sono necessarie delle scommesse personali e siamo noi in primis a dover dare degli input. Noi siamo persone privilegiate, facciamo un bel mestiere e abbiamo la gratificazione dell’applauso. Lavorare per chi si trova in partenza in una situazione scolastica svantaggiata e tentare di ridistribuire le opportunità è una sfida politica, tuttavia è proporzionata alle forze che abbiamo. Nessuno si mette in testa di creare un circolo virtuoso funzionale e di massa, ma non possiamo neanche restare seduti a guardare.

Si può fare un’analogia tra il suo lavoro e quello del maestro nelle scuole?

Si perché una delle ossessioni del mio lavoro è che non sia inutile e so che il teatro può cambiare la vita alle persone. È successo anche a me che alcuni stimoli abbiano cambiato la mia vita. Alcuni li ho ricevuti da persone che ho incontrato una sola volta, altri li ho avuti da alcuni insegnanti. Però è troppo comodo pensare che un insegnante si possa comportare come un attore, perché un attore è brillante e simpatico ma dopo due ore ha finito il suo lavoro.

Un insegnante invece non può creare una messinscena ogni volta che entra in classe. Una parte di noia e fatica sono una componente indispensabile del suo lavoro, ma proprio per questo può andare più in profondità. Certo non tutti gli insegnanti sono bravi maestri, e non tutti gli studenti affrontano la scuola come un’esperienza positiva. In questo senso l’idea di fare altre cose nella scuola non deve essere vissuta come una perdita di tempo, ma come qualcosa che può motivare e cambiare per alcuni il segno dell’anno scolastico.

Marco Paolini (foto di Ivana Sunjc)

Marco Paolini (foto di Ivana Sunjc)

Oggi ci sono ancora molti che osteggiano l’introduzione delle nuove tecnologie nella scuola. Lei che posizione ha?

Niente in contrario a imparare nuove tecnologie, però penso che il segreto della scuola stia nel fatto che non è solo istruzione, ma esperienza. La trasmissione dell’esperienza ha bisogno anche di un educatore, che necessariamente rappresenti il passato. È necessario dare appeal alla trasmissione dei saperi passati, attraverso qualcosa che non si possa trovare tutti i giorni in negozio o nel web. La scuola è il presente, un qualcosa che per certi versi non può essere riprodotto domani. Il teatro in questo senso è simile, non c’è niente che si ripeta uguale a sé stesso una seconda volta.

Per far questo bisogna dare dignità ai luoghi della scuola, ma non può essere un discorso meramente materiale. La mancanza della carta igienica è grave e va raccontata e non esiste una graduatoria in cui prima viene la carta igienica e poi viene il resto. Bisogna però parlare anche delle opportunità e non rassegnarsi ai problemi materiali. Se questa decadenza non viene affrontata con dignità, diventa mortale, rendendo tutti vecchi.

Che il teatro interessi ai bambini è evidente dalle molte occasioni in cui rimangono ipnotizzati di fronte agli artisti di strada. Perché secondo Lei i bambini sono hanno questa attrazione per la rappresentazione teatrale?

L’attenzione dei bambini non è una magia, si può ottenere svolgendo bene dei mestieri. La scuola può avvalersi del mestiere teatrale per bambini e in Italia abbiamo una tradizione mostruosa. Il mestiere dell’attore non deve far ingelosire l’insegnante, per la facilità del primo ad assicurarsi l’attenzione dei bambini senza dover urlare. Probabilmente lavorando e collaborando assieme, insegnante e attore possono guadagnarci entrambi in credibilità.

Ti sei mai trovato in difficoltà di fronte a un gruppo di bambini irrequieti o irriverenti?

Sì, mi ricordo che all’inizio fummo invitati dal mio caro amico César Brie a fare uno spettacolo di clown al centro sociale “L’isola” a Milano. Quella volta i bambini continuavano a rubarci gli oggetti di scena di fronte a noi. Io guardavo César in cerca di aiuto e lui mi fissava come a dire “hai voluto la bicicletta? Ora pedala”. Se non si è abbastanza forti, i bambini smaliziati ci fregano. Quella fu per noi una maledetta lezione. Serve mestiere, non basta la volontà. Per questo è importante dare più opportunità in questo settore. Io ho imparato prima a raccontare le storie ai ragazzi e poi ai grandi. All’inizio adottavo dei trucchi per mantenere l’attenzione dell’audience, poi ho cominciato a farne a meno perché conoscere il mestiere te lo permette. E poi c’è un altro discorso da fare: la recitazione è in grado di trasformare un attore in spettatore. Quando assumi un ruolo attivo nella recitazione, la tua attenzione migliora di conseguenza nel momento in cui devi assistere alla recita di un altro.

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3 risposte a “Intervista a Marco Paolini

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  2. Da teatrante impegnato e da padre di due bambini le parole di Marco riportano in me ancora una volta emozioni contrastanti dove il dilemma se condurre una vita artistica dedicata alla creazione e alla formazione o rifiutare un sistema sociale contraddittorio in cui è sempre stato difficile riconoscersi, sta caratterizzando da molti anni la mia esperienza.
    Attivo politicamente per mezzo dello strumento dello spettacolo e dei laboratori dedicati ad adulti e bambini ho lavorato per anni ai margini di una società alla deriva, la nostra, o dove la guerra ha portato distruzione materiale, familiare e psicologica.
    Oggi sono dedicato totalmente in un percorso formativo insieme ai miei figli dove la mia nuova figura di “accompagnatore” per una crescita libertaria mi vede attivamente partecipe.
    Prima ancora della carta igienica, nelle scuole, è mancata la volontà e il desiderio di dare ai ragazzi gli strumenti migliori che potessero loro permettere di crescere come individui liberi e pensanti, prima ancora che uomini o donne preparate al mondo del lavoro condizionato o igienicamente a posto.
    “Non uno di Meno” del regista Zhang Yimou, vincitore del leone d’oro a venezia nel ’99 ha evidenziato una condizione scolastica nella Cina rurale dove oltre a mancare i gessetti per trascrivere alla lavagna i testi, l’abbandono della scuola da parte dei ragazzi era il vero tappeto emotivo di questo film.
    Se pur con le dovute distante culturali e sociali quello che oggi rischiamo di vedere nelle nostre scuole è questa medesima condizione. La differenza che salta agli occhi è che in quella realtà l’abbandono è fisico, mentre da noi è culturale.
    La perdita di piacere verso lo studio, l’insoddisfazione verso un luogo che non corrisponde all’ambiente che un bambino sogna di vivere alla sua età, fa si che non vi sia quella meravigliosa sensazione che è il ritrovarsi nel luogo desiderato per compiere con altri compagni avventure sognate e sperate, dove l’apprendimento si trasmette non necessariamente e soltanto per mezzo dei libri.
    Quando un bambino cresce sapendo di dover solamente ubbidire, ha perso il piacere della partecipazione e abbandona la vita creativa.
    Si creano così condizioni, sociali, didattiche e ambientali che tolgono questo piacere al bambino facendolo regrederire ad essere consapevolmente insoddisfatto senza poter nulla fare e ancora peggio dire. La voce dei bambini è assente in tutta la gestione scolastica del nostro SISTEMA, dove gli insegnanti, adulti, si ergono a pedagoghi illuminati in nome di regolamenti economici e di sicurezza sempre più restrittivi in termini di libertà di scelta verso cosa apprendere, come apprendere e soprattutto dove apprendere.
    Abbiamo forse perso il senso della scuola? A mio modesto avviso questa dovrebbe accompagnare un individuo bambino a crescere come tale e non a doverlo piegare, forgiare a tutti i costi a presona ubbidiente senza carattere.
    Purtroppo anche quelle rare eccellenze umane, che riconosco essere presenti nella scuola nelle figure di insegnanti o direttrici/direttori poco o nulla possono contro questa condizione strutturale ormai cronica.
    L’arte in genere, ogni forma d’arte, ma quella che più mi appartiene è il teatro e in nome di questo linguaggio e di padre che sono giunto a scrivere, può contribuire alla crescita di un individuo consapevole e libero affinchè la nostra società possa pensare un giorno di porre a ricordo gli errori di oggi, diversamente, continueremo a scrivere sui libri le stesse condizioni di guerra che oggi opprimono la nostra vita.
    Vi ringrazio per l’attenzione e saluto affettuosamente.
    Fausto Cerboni

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