I tagli all’istruzione pubblica sono un problema di tutti

Questa è la seconda parte dell’articolo “I tagli alla scuola sono ferite che bruciano ancora“.

I tagli non si presentano sempre nella loro gravità, non sono tangibili come l’aumento delle accise che colpiscono quotidianamente il portafogli. Eppure, la riduzione della spesa pubblica è stata dolorosa per molte persone. In particolare, i tagli hanno agito su due piani:

  1. riduzione delle retribuzioni e del personale: stop alla sostituzione degli insegnanti che vanno in pensione; riduzione delle ore di insegnamento; congelamento degli stipendi (insieme a tutto il pubblico impiego); riduzione delle risorse per il personale non docente, cioé personale ATA e di segreteria.
  2. Riduzione del finanziamento alle scuole: meno risorse per garantire il regolare funzionamento degli istituti, come l’acquisto di strumentazione per i laboratori o i soldi per pagare i supplenti.

La riduzione degli insegnanti e dei bilanci ha causato la chiusura o l’accorpamento di scuole, tra le quali hanno sofferto maggiormente le piccole frazioni e le località montane. Se i piccoli centri soffrono la chiusura degli istituti, nei grandi centri si soffre di sovraffollamento nelle classi, tutto a discapito della qualità dell’insegnamento. Non è più così inusuale vedere classi con 30 bambini.

I bambini hanno diritto al rispetto (foto di Cifa Onlus) )Dal 2008 nella scuola primaria il tempo pieno (40 ore) viene permesso solo su richiesta e solo se l’organico dell’istituto lo consente senza spese aggiuntive. Per spese aggiuntive si considerano anche attività importanti come le compresenze e le ore di sostegno, che infatti sono state ridotte. La possibilità che ci sia un ritorno al maestro unico (24 ore) è scomparsa per il semplice fatto che quasi nessuna famiglia ha scelto quell’orario. Tuttavia, i moduli a 27 e 30 ore, a causa della scarsità delle risorse umane, si ritrovano nel 50% dei casi ad avere un insegnante che ha più ore rispetto al secondo collega, il quale invece ha un orario lavorativo distribuito su più classi. Il maestro con più ore, che in genere è più anziano, viene chiamato oggi maestro “prevalente”. A rendere ulteriormente  precaria le condizioni in cui si svolge la didattica è stata la decisione di ridurre anche il personale di sostegno agli alunni con disabilità.

C’è da ricordare che la legge 133/2008 della Gelmini fu emanata durante l’estate (25 giugno), mesi prima che la bolla finanziaria scoppiasse negli USA. Quindi la riduzione del numero degli insegnanti in Italia fu una scelta politica che precedeva lo svilupparsi della crisi. Gli 8 miliardi tolti alla scuola primaria e secondaria sono ricavati soprattutto dalla riduzione delle ore d’insegnamento. Gelmini e Tremonti avevano un piano pluriennale la cui ossatura si basava sulla “riduzione della consistenza organica del personale scolastico”. L’obiettivo è stato centrato perché  dal 2008 al 2012 gli insegnanti sono diminutiti dell’11,1%. In termini assoluti, la scuola ha oggi 87.000 docenti e 44.500 personale Ata in meno: 131.900 unità in tutto.

Quest’anno il Ministero della Pubblica Istruzione ha aperto 11.268 posizioni d’insegnamento: 1.274  nella scuola d’infanzia; 2.161 alla primaria; 2.919 alla secondaria di primo grado; 3.136 alla secondaria di secondo grado; e 1.648 posti al sostegno. Ulteriore boccata d’ossigeno è arrivata da un altro decreto del Ministro Carrozza: sono stati messi a bando 6.398 posti per il sostegno ad alunni con disabilità, ripartiti in 1.285 per la scuola dell’infanzia, 1.826 per la scuola primaria, 1.753 per la scuola secondaria di primo grado e 1.534 per la scuola secondaria di secondo grado. Ciononostante i precari, docenti e non, rimangono moltissimi e oscillano tra 150.000 e 300.000.

Il corpo docenti  sta invecchiando sempre di più, anche a causa della riforma pensionistica Fornero. Secondo l’OCSE, nel 2011 il 47,6% degli insegnanti di scuola elementare aveva più di 50 anni, un dato poco confortante se si tiene conto che dopo la Laurea in Scienze della Formazione gli studenti sono praticamente abilitati all’insegnamento. Si è creato un circolo vizioso in cui sono aumentati gli anni di precariato e l’età media di immissione in ruolo. Una volta assunti poi ci vogliono circa 35 anni per ottenere lo stipendio massimo, a differenza dei 6-10 anni per i britannici, dei 12 anni per i danesi, e 20 anni per i francesi. Il blocco dei contratti del 2011 aveva sconfortato i più, ma per fortuna ad aprile tutti gli insegnanti dovrebbero aver recuperato gli arretrati grazie agli scatti d’anzianità.

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