Tablet e lavagne touch-screen: è davvero un dilemma introdurli nelle scuole?

Per la questione delle “nuove tecnologie” a scuola, pubblichiamo il botta e risposta tra l’insegnante di scuola primaria Franco Lorenzoni, che farà parte della commissione de La Prima Scuola, e il sottosegretario del Ministero dell’Istruzione Marco Rossi-Doria. Lo scambio venne ospitato dal quotidinao La Repubblica lo scorso dicembre, ma rimane d’attualità.

Su Repubblica trovate lo scambio originale tra i due: la lettera aperta di Franco Lorenzoni e la stimolante risposta del sottosegretario Rossi-Doria.

Qui sotto proponiamo i due testi integrali, uno di seguito all’altro. La discussione è poi proseguita in modo intenso sul sito dell’associazione di Lorenzoni, il Laboratorio Casa Cenci, ed è visibile al seguente link: http://www.cencicasalab.it/campolavoro.htm.

Appello perché bimbi e bimbe fino a 8 anni siano liberi da schermi e computer nella scuola, 

Franco Lorenzoni, insegnante di scuola primaria

Franco Lorenzoni, insegnante di scuola primaria

di Franco Lorenzoni

Il Ministero dell’Istruzione progetta di portare in sempre più aule le LIM (Lavagne Interattive Multimediali), cioè schermi giganti collegati a un pc, in un momento in cui le classi si affollano sempre più di bambini – fino a 30 e 31 – e quando è assente un insegnante spesso si accorpano e il numero cresce. A partire dal prossimo anno, inoltre, i libri di testo cartacei saranno progressivamente sostituiti con supporti informatici da leggere su tablet.

Tutto ciò avviene in un contesto in cui, con la diffusione di I-phone e cellullari dell’ultima generazione, genitori ed adulti sono ovunque e sempre potenzialmente collegati alla rete, dunque sconnessi o connessi solo a intermittenza con i bambini che hanno vicino.

Ben prima del diluvio tecnologico, dilagato in ogni casa e ogni tempo, bambine e bambini si sono trovati a fare i conti con adulti distratti. Ciò che sta cambiando radicalmente e rapidamente è che ora, nel reagire alle consuete distrazioni adulte, bambini anche molto piccoli trovano facilmente anche loro attrazioni altrettanto potenti.

Le industrie, per vendere, escogitano marchingegni sempre più attraenti, maneggevoli e sofisticati, rivolti a bambini sempre più piccoli. Ai genitori, spesso immersi anche loro nel grande gioco virtuale onnipresente, molte volte fa comodo che un figlio abbia a disposizione un gioco elettronico o un cellulare, perché diventa muto e trasparente e può restare interi pomeriggi tranquillo, perché completamente immerso in uno schermo interattivo.

Il risultato è che i bambini sono sottomessi, fin dalla più tenera età, ad un bombardamento tecnologico senza precedenti e si moltiplicano le ore che, anche da molto piccoli, passano davanti a schermi di ogni misura. Chi prova ad opporsi sa quali battaglie quotidiane deve combattere in casa per limitare l’uso compulsivo di play station e videogiochi sempre più accattivanti. L’attaccamento a schermi grandi e piccoli ha tutte le caratteristiche di una droga, perché ormai nessuno può più nutrire dubbi sulla dipendenza che crea.

La scuola, in questo contesto, deve affrontare con intelligenza e sensibilità la questione, rifiutando di appiattirsi sul presente e seguire l’onda. L’illusione che, di fronte a bambini sempre meno capaci di attenzione prolungata, li si possa conquistare lusingandoli “con gli strumenti che a loro piacciono” è assurda e controproducente.

Faccio una proposta e un appello: liberiamo bambine e bambini, dai 3 agli 8 anni, dalla presenza di schermi e computer, almeno nella scuola. Fermiamoci finché siamo in tempo! La Scuola dell’Infanzia e i primi due anni della Scuola Primaria devono essere luoghi liberi da schermi.

Non ho nulla contro la tecnologia (che tra l’altro può essere di grande aiuto per i bambini che hanno bisogni educativi speciali, come nel caso della dislessia), ma è necessario reagire alla troppa esposizione tecnologica dei più piccoli. L’uso di computer e supporti informatici va introdotto, con gradualità e cautela, solo dopo gli 8 anni. L’ingresso nel mondo e il primo incontro con le conoscenze è cosa così delicata da meritare la massima cura e un’aula dotata di un grande schermo cambia la disposizione dello spazio e della mente.

Bambine e bambini hanno bisogno del mondo vero per nutrire i loro pensieri e la loro immaginazione. Hanno bisogno dei loro corpi tutti interi, capaci di toccare con mano le cose e non essere ridotti solo a veloci polpastrelli. Hanno bisogno di sporcarsi con la terra piantando, anche in un piccolo giardino, qualche seme che non sappiamo se nascerà. Hanno bisogno di essere attesi e di conoscere l’attesa, di sviluppare il senso del tatto e gli altri sensi e non limitarsi al touch screen. Se lasciamo che pensino che il mondo può essere contenuto in uno schermo, li priviamo del senso della vastità, che non è riproducibile in 3D. Gli altri e la realtà non si accendono e spengono a nostro piacimento.

I primi anni di scuola rischiano di trasformarsi in un tempo dove regna l’irrealtà. Ma i bambini hanno un disperato bisogno di adulti che sappiano attendere e accogliere le parole e i pensieri che affiorano, che siano capaci di ascoltarli e guardarli negli occhi. Hanno bisogno di tempi lunghi, di muovere il corpo e muovere la testa, di dipingere e usare la creta; devono poter essere condotti ad entrare lentamente in un libro sfogliandolo, guardando le figure e ascoltando la voce viva di qualcuno che lo legga. E cominciare a scrivere e a contare usando matite, pennelli e pennarelli, manipolando e costruendo oggetti per contare, costruire figure ed indagare il mondo. Hanno bisogno di guardare fuori dalla finestra il sole che indica il tempo e i colori della luce che cambiano col passare delle nuvole. Hanno bisogno di scontrarsi e incontrarsi tra loro in quel corpo a corpo con le cose e con gli altri, così necessario per capire se stessi. Tutto questo davanti a uno schermo NON SI PUO’ FARE!

Scuole dell’Infanzia e Scuole Primarie in questi anni sono state uno dei pochi luoghi pubblici in cui gli immigrati hanno trovato in molti casi spazio e accoglienza. La scuola italiana è tra le poche in Europa che cerca di integrare i disabili. La convivenza non è un insegnamento, ma una pratica difficile e quotidiana, che richiede spazi, tempi e strumenti adatti. Se una generazione di giovani insegnanti entreranno in scuole dotate di LIM e tablet inevitabilmente, inesorabilmente, si troveranno a fare cose che fanno male ai bambini, dimenticando ciò che è essenziale, semplice e difficile a farsi.

I neonati nel nuovo millennio li si usa chiamare nativi digitali. La sorte dei nativi, in molti continenti, è stata segnata da colonizzazioni violente e distruttive, giustificate in nome della civiltà e del progresso. Evitiamo che anche i nostri piccoli nativi siano colonizzati precocemente e pervasivamente da tecnologie che, nei primi anni, impoveriscono la vita e l’immaginario infantile.

 

 

Il maestro Rossi Doria e i computer a scuola “Costruiamo aquiloni e navighiamo nel web”,

Marco Rossi-Doria, sottosegretario del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca

Marco Rossi-Doria, sottosegretario del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

di Marco Rossi-Doria

Una trasmissione televisiva mi ha offerto pochi giorni fa l’occasione molto gradita di ricordare il maestro Alberto Manzi nell’anniversario della sua morte. Fu il protagonista di una delle esperienze pioneristiche per la cultura e l’istruzione nell’Italia del boom. Anziane signore imparavano a leggere e scrivere guadando la tv.  Ho l’età per ricordarne alcune che seguivano quelle puntate con penna e quaderno nel piccolo bar del paesino che frequentavo da ragazzino. “Non è mai troppo tardi” diventava lo slogan di una generazione che non era andata scuola e che imparava a leggere in età adulta. Nelle scuole serali e attraverso i programmi della RAI.

In molti, all’epoca, guardavano con sospetto la TV e con ancor più diffidenza la sua pretesa di farsi alfabeto, cultura, istruzione popolare. E in effetti, dopo quella breve stagione, la televisione ha svolto in prevalenza altri ruoli meno nobili.

Voglio partire da qui per rispondere alla graditissima provocazione di Franco Lorenzoni, che propone di mantenere le classi elementari prive di dispositivi multimediali fino agli otto anni.

La scuola, soprattutto quella di base, da un lato deve costruire la possibilità della cittadinanza, insegnando a leggere, a scrivere, a capire testi, a misurare, a porsi domande di senso sulle cose e sul mondo, a usare un metodo di indagine e di discussione, ecc. Non lo si dice abbastanza: ancora oggi tutto questo è necessario, serve, eccome. Per questo lo abbiamo ribadito e  –  credo  –  ben declinato nelle Indicazioni nazionali per il curricolo che invito a leggere. Al contempo la scuola ha certamente una vocazione compensativa: vi si fanno cose che si fanno poco altrove. A scuola si ascolta e parla l’Italiano quando a casa e per strada si parlava o si parla il dialetto o una lingua non italiana, si va a teatro o si montano spettacoli quando non vi è altrimenti questa possibilità, si ascolta e si suona la musica classica, si costruiscono video invece di stare imbambolati davanti alla tv, si imparano a leggere i giornali lì dove a casa ciò accade meno, ecc. E si deve certamente insistere  –  su questo Franco Lorenzoni ha molta ragione  –  nel creare continue occasioni per prendere contatto diretto con le materie e con il fare  –  con l’esperienza reale, in un mondo pieno di esperienza virtuale.

Quando avevo poco più di vent’anni e i miei alunni costruivano aquiloni, con loro studiavo cosa era il vento guardando insieme i loro aquiloni e poi le mappe e chiedendo loro di segnarsi le parole dette durante i minuti del meteo in tv la sera per parlarne il giorno dopo e capirne il senso. Oggi farei costruire gli aquiloni innanzitutto e poi navigherei con loro nella rete per capire da dove viene il vento e perché, ma dopo aver “provato” molte volte il vento che tende lo spago dell’aquilone da imparare a costruire insieme…. Pelare patate per cucinarle insieme, manipolare la creta, dipingere con le dita e il pennello usando le terre, riconoscere l’odore delle spezie a occhi bendati, costruire giochi di legno con colle, martello e chiodi, camminare in un bosco, ri-insegnare a  guardare il cielo e conoscere le stelle, come fa Franco da moltissimi anni… Certamente sì. E’ un’indispensabile opera educativa a carattere compensativo. Che non è solo urgente rispetto ad assetti di apprendimento dove il corpo e il rapporto tra mani, sensi e mente vengono messi quasi di lato. E’ una cosa che funziona, che entusiasma i bambini, che li fa maturare nelle emozioni e nella mente, che crea curiosità a catena, che riporta le cose in equilibrio ecc.

Dunque, non si tratta certo di appiattire il dibattito al solito scontro tra tifosi della tecnologia e suoi avversari.

E capisco bene il senso della provocazione. Poi io personalmente non credo nel vietare una cosa che già è, che si muove nel quotidiano dei bambini a età molto precoci, pre-scolari. Non funziona vietare. Molto importante, invece, è ragionare pubblicamente se non sia giunta l’ora di recuperare il senso dell’esperienza di Alberto Manzi per quel che può insegnare a noi oggi su un ri-uso più ricco, critico, vario anche delle tecnologie nel fare scuola  in un nuovo momento di grandi stravolgimenti culturali, che investono il modo stesso di apprendere. Il passaggio alla tecnologia e all’informazione multimediale rappresenta uno dei più grandi cambiamenti della storia dell’umanità. Una cosa altrettanto radicale probabilmente accadde qualche millennio fa tra il Tigri e l’Eufrate, quando qualcuno incise per la prima volta le parole cantate tramutandole in segni su una tavoletta di argilla. Si tratta di una rivoluzione che cambia abitudini, comportamenti, distanze. Che cambia persino il funzionamento del cervello, della memoria, della concentrazione. E  quindi cambia anche l’apprendimento dei cosiddetti “nativi digitali”.

Come la scuola debba relazionarsi a questo grande cambiamento è tema centrale della riflessione pedagogica e culturale contemporanea. Chiama in causa la visione che abbiamo della scuola e del suo ruolo nel XXI secolo. Mentre ciò accade, io continuo a pensare che sia necessaria una nuova, grande alfabetizzazione del Paese. Un’alfabetizzazione funzionale, come insegna Tullio De Mauro, che riprenda con forza le finalità del capire la complessità del mondo attraverso una solida palestra iniziale. E credo che in questa palestra  –  la scuola – ci sia, insieme, spazio e necessità per l’esperienza diretta che si va perdendo e che va salvata e per le tecnologie che comunque sono date ai bambini già dalla tenerissima età e che spetta alla scuola usare in modo più ampio, intelligente, fantasioso, insieme e non contro la scrittura a mano e ogni esperienza diretta. Non credo che i tablet debbano sostituire tutto, non lo credo affatto.  La testa ben fatta la si favorisce oggi  –  questa è la sfida  –  nei due modi insieme. E l’alfabetizzazione oggi vuol dire un’alfabetizzazione anche informatica, ma non ristretta alle funzioni racchiuse nelle pratiche diffuse e mai esclusiva..

L’Italia è riuscita solo molto in parte a garantire alfabetizzazione negli ultimi decenni. Lo dicono bene i dati. Solo il 20% della popolazione italiana è in grado di capire il significato di un testo breve, un ragazzo su cinque abbandona la scuola prima del diploma o di una qualifica professionale. E 300mila bambini, secondo Save the Children, non hanno la possibilità di aprire un libro, andare al cinema, praticare uno sport, navigare su Internet.

Facciamo le due cose insieme. Insomma, concordo pienamente con Franco Lorenzoni: si impara dappertutto e in tanti modi. I bambini devono uscire da scuola insieme agli insegnanti, correre, giocare in modo strutturato e non, esplorare, fare esperimenti, colorare, disegnare, progettare e costruire. Devono avere un contatto con la realtà, profondo, ripetuto e quotidiano, che coinvolga, come è ovvio, tutti i sensi e li aiuti a regolarsi con le cose, i viventi e le situazioni reali, prima ancora che con i loro corrispettivi virtuali. Devono socializzare all’interno di un patto educativo, trovando nella relazione con l’adulto una sponda solida e serena per la propria crescita entro contesti esplorativi diretti e non solo virtuali.

Poi però  –  diciamolo – vanno a casa e trovano mamma e papà e nonni,  tablet e  pc, cellulari e videogames. Queste tecnologie fanno parte del loro spazio e del loro tempo spesso in modo non mediato, a volte senza limiti né regola o con un uso anche molto “povero”. E’ importante che la scuola sappia misurarsi e trattare anche con tutto questo.

Con quali tempi, modi e strumenti questo sia possibile, lo stanno scoprendo giorno dopo giorno tanti insegnanti che soprattutto nella scuola primaria non hanno mai smesso di sperimentare e innovare e sono capaci da sempre di imparare qualcosa dal modo con cui bambini e ragazzi si relazionano con il mondo circostante e apprendono. Occorre nei prossimi anni fare una ricognizione di quanto realizzato, valutare attentamente gli apprendimenti, punti di forza e di debolezza. E se già oggi un correttivo a favore delle esperienze dirette è necessario, spingiamo in questa direzione. E che ci sia una grande discussione nazionale che senza chiusure preconcette né ottimismo acritico sappia individuare il ruolo che le nuove tecnologie per la didattica possono acquisire nelle diverse fasi evolutive.

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