Lungo la strada ferrata

Questo contributo arriva da Sara Honegger e dalla sua esperienza con ASNADA, una scuola sperimentale di italiano L2 rivolta a richiedenti asilo, rifugiati e migranti. Attraverso laboratori espressivo-manuali e la costruzione di un contesto attento alla relazione, raccoglie testimonianze e narrazioni orali e scritte sul tema della migrazione e ne sostiene la divulgazione e la diffusione. La testimonianza di Sara Honegger ci dice molto sull’importanza di mettersi in discussione come educatori nel momento in cui si insegna una materia a persone che partono quasi da zero, adulti o bambini che siano.

Asnada, che significa “asinata” in milanese, è stata scelta in onore agli asini e alle lingue vernacolari. La scuola, aperta nel 2010 a Milano, opera attualmente presso l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. Questo articolo è uscito presso Gli Asini, 2, ott. 2010.

Rappresentazione del lavoro di Asnada (foto di Chiara Angiolini)

Rappresentazione del lavoro di Asnada (foto di Chiara Angiolini)

A pochi metri dalla scuola di italiano corre la ferrovia. Capita siano frecce in grado di far tremare i vetri chiusi dell’inverno; ma per lo più si tratta di treni merci lentissimi, di cui si aspetta la fine contando increduli il numero dei vagoni. La prima volta che ne ho sentito il rumore, ho pensato che avrebbero disturbato le lezioni, soprattutto quando avremmo cominciato a tenere le finestre aperte. Invece quello sferragliare del metallo sulle rotaie è diventato, paradossalmente, metafora di un necessario silenzio: il fischio invade la stanza – chiunque stia parlando tace – e poi si allontana, sottile come il vento di un ritornello che ci piace ogni tanto cantare in cerchio, prima di lasciarci. Ogni giorno a scuola arrivano persone che del silenzio sono testimoni e maestri: penso ad Omar, che con il suo passo si porta appresso una terra arida e crepata; o a Youssef, sempre capace di un gesto gentile. Ma tant’è: a scuola si va soprattutto per imparare l’attenzione.

Le metafore sono pozzi profondi; ogni volta che si butta giù il secchio, insieme all’acqua si tirano su nuovi riflessi. È accaduto anche con la rumorosa ferrovia, che giorno dopo giorno ha illuminato tanti aspetti del vivere quotidiano così come lo sperimentiamo qui a Milano, fra le mura dove organizziamo una scuola di italiano ad adulti di lingua straniera: l’importanza della pausa, la vitalità del movimento, il senso del viaggio, delle frontiere da abbattere e dei mondi da esplorare; ma anche gli abissali solchi socio-economici, la fatica del lavoro, del massacrante quotidiano, della vita che non si ferma mai quando se ne avverte il bisogno o il desiderio. I binari hanno evidenziato perfino la fatica dell’infanzia. Come ha scritto Jacob Presser in un tragico racconto, nulla appartiene all’età della meraviglia come il treno – fermo alla stazione, da toccare; ma anche sbuffante vapore come ai tempi in cui progresso era una parola forgiata a fuoco di carbone.

La ferrovia però non è metafora della marginalità in cui sono costretti a vivere gli studenti che frequentano la nostra scuola – una marginalità concreta, fatta per l’appunto di stazioni e di treni dove talvolta si cerca rifugio per la notte, ma anche di dormitori dislocati lungo le traiettorie di uscita dalla città e di territori, per così dire, incolti: lattine di birra che il vento sbatte contro i marciapiede, macchie d’urina seccate al sole, pezzi di carta su cui s’intravede l’unto di una pizza mangiata fredda.

Così è anche la via di asnada: porto di camion che scaricano i loro container nelle bocche degli spedizionieri prima di ripartire più leggeri; ritrovo di giovani skaters che corrono senza casco sulle lunghe piste di legno di uno skatepark costruito ai piedi della scuola. Un non luogo che con la tenacia di Penelope stiamo cercando di sottrarre all’indifferenza del commercio riempiendo di senso e di affettività quell’attraversare l’intera città che molti degli studenti compiono ogni mattino, anche a rischio di incappare in qualche controllore, e cerchiamo di farlo soprattutto attraverso la costruzione di una lingua essenziale, ribelle alla rabbia e alla violenza ma anche alla melassa di eventi, musichette e amore che ogni giorno ci viene colata addosso, impastandoci la bocca. Una lingua che permetta raccontarsi anche quando si studia il passato prossimo, come quel

             Io sono andato pregato mio Dio buono Dio

scritto da Nouruddin, che ogni giorno, ostinatamente, ci porta il suo desiderio di essere giovane come gli altri – stesse scarpe, stessa andatura molleggiata, stessa musica nell’ipod contraffatto. Ma anche il lapidario

             Voglio avere niente

di cui – durante una lezione su questo strano suono che è “gl” – ci ha reso partecipe Bob, ragazza vegan di lingua tedesca, il cui scontro culturale con chi si affanna ad entrare in un mondo da lei ripudiato si rinnova a ogni lezione.

L’esserci in prima persona, dello studente come del maestro, è infatti il primo e forse più importante requisito di questa scuola, forse ambiziosa nel suo volersi richiamarsi alla tradizione della pedagogia attiva: esserci con il proprio corpo e con la propria storia, e quindi anche con i propri desideri e le proprie difficoltà, con le proprie speranze, con le proprie competenze. Inclusa la scrittura nel suo farsi, con quel partire dal sé, dalle parole che gli studenti portano a scuola ogni mattina, che da Freinet in poi sappiamo essere la chiave di volta di un apprendimento dotato di senso.

C’è poi anche un secondo aspetto per cui la ferrovia ci è diventata via via più cara. Lo potremmo definire, con una parola che Capitini ha sottratto al vocabolario corrente riempiendola di nuovo significato, l’imprevisto.

In effetti, la scuola è una bellissima fermata facoltativa. Lo è ogni volta, perché non sappiamo mai davvero chi salirà le scale, chi aprirà la porta e che cosa porterà, per citare un’altra canzone che ci piace cantare tutti insieme. Ogni giorno arrivano a scuola persone che vivono con l’imprevisto sotto i piedi: penso a Somot, che parla otto lingue e conosce paesi dell’Oriente e dell’Occidente; o ad Hadonà fuggito a Napoli, di cui ci resta una struggente fotografia con i piccioni di piazza Duomo. Ma a scuola si va anche per imparare ad attendere. Chi non verrà più, il cui vuoto rimane a lungo; e chi arriva sempre e in anticipo, quasi avesse stipulato con la scuola un patto di fedeltà. Questo non cambia l’incertezza che si prova ogni mattina quando si inizia a preparare l’aula, anzi, in certo senso la potenzia. Perché quel patto è libero, non vincolato, e ci obbliga a una continua dimensione di ricerca, a una messa a punto del nostro modo di operare, di essere fuori e dentro la stanza, di vivere la scuola come un luogo dove i processi di insegnamento e di apprendimento procedano per continue contaminazioni e intrecci, consentendo a ognuno di trovare il proprio posto, anche se solo per una mattina.

L’incertezza determina anche la casualità del gruppo che viene a formarsi prima di ogni lezione. Non esiste un classe predefinita, anche se nel tempo si consolidano presenza regolari e costanti, molto importanti per la sopravvivenza della scuola stessa: di fatto, si convive con una realtà esterna spezzettata fra code negli uffici, letti da trovare, lavori da acchiappare all’ultimo minuto. Come nelle giornate di neve, quando si la classe è quasi deserta, perché tutti sperano in una giornata da spalatori. Non ci si può far nulla e avrebbe poco senso mettere paletti in un contesto di accoglienza, anche perché l’imprevisto svolge un ruolo interessante a partire da un interrogativo a cui ancora non sappiamo dare una sola risposta: si apprende meglio fra pari o fra diversamente abili? È didatticamente corretto dividere le persone secondo criteri “oggettivi”? In altre parole: è giusto scegliere il gruppo, per sua natura disomogeneo, o cercare di formare una classe, per definizione contenente persone rispondenti a criteri predefiniti?

Non sono domande retoriche. Piuttosto, sono interrogativi sollecitati anche dalla positiva presenza a lezione di bambini: Larrik, 6 anni, capace di cogliere subito le opportunità manuali ed espressive di pezzi di stoffa e di spago, durante un laboratorio dedicato alla “costruzione” del proprio amico; e Nina, 4 anni, che non si è persa un solo istante del lento passare dei polpastrelli degli “omoni marroni” (come ha poi chiamato gli studenti raccontando la mattinata al padre), sul ruvido delle lettere smerigliate messe a punto quasi cento anni fa da Maria Montessori: uno strumento utile e anche divertente per coloro che si accostano per la prima volta all’alfabeto latino, magari senza neanche il supporto psicologico e didattico di un’altra lingua scritta.

Ovviamente, anche di questa incertezza avevo all’inizio un’opinione negativa. Come si può fare scuola quando il gruppo di persone con cui lavori è fluido e mobile come l’acqua? Come accogliere i nuovi senza che i “vecchi” si sentano messi da parte? E che farne del programma, che alla fine qualche soddisfazione a chi insegna la dà, se ogni giorno si potrebbe essere costretti a camminare come i gamberi? In effetti i giorni di scoramento e di autocritica non si contano: qualcuno se ne va, altri capiscono e rimangono, la fatica di trattenerli a volte è soverchiante. Tuttavia, non c’è dubbio che proprio questo elemento imprevedibile e incontrollabile sia una delle scintille che rendono la scuola un luogo di desiderio. Parola forte, lo so, che costeggia terreni affettivi di varia natura; ma non ce n’è una più adatta per descrivere quella strana felicità di incontrarsi, al mattino, che predispone alla configurazione aperta (della mente, ancor prima che del gruppo o della stanza) nella quale l’imprevisto ha modo di fare il proprio lavoro: mostrarci il nostro essere costituiti di tante parti, tutte in movimento, quando non in aperto conflitto, fra loro.

Non a caso, dopo l’imbarazzo delle prime volte, diviene per tutti piacevole abitudine, se non proprio bisogno, quel mettersi in cerchio, nel momento dell’incontro e del saluto, e guardarsi negli occhi in attesa di uno dei tanti giochi in cerchio con cui iniziamo la giornata: un modo per scrollarsi di dosso la fatica di un tempo spezzato che non si sa mai bene dove collocare –

                    Io stango di vivere e paura di mourire

ha scritto un giorno Alìper tornare un po’ bambini, spogliandoci delle tante difese con cui dobbiamo vestirci per affrontare il giorno; per scoprirsi, ritrovarsi e riconoscersi arricchiti e multipli. Per far sì che l’inatteso diventi parte di noi.

    Da un punto di vista strettamente didattico, sei mesi di scuola ci hanno insegnato quanto l’imprevisto sia parente dell’errore: la parola ortograficamente scorretta, la frase sintatticamente bislacca, il racconto slabbrato, apparentemente senza filo rosso. Lo potremmo definire come una stonatura o una perdita di ritmo rispetto a una melodia di cui abbiamo predefinito la chiave armonica e il tempo. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, una delle cose che stiamo imparando, è a correggere sempre meno questi imprevisti lessicali: nella voce, negli scritti.

Si dirà: ma come si fa ad apprendere se nessuno corregge? Si potrebbe facilmente rispondere: come il bambino, ossia per maldestri tentavi, rigorosi aggiustamenti, vertiginose conquiste. In effetti, ancora una volta è difficile rispondere, soprattutto dal punto di vista dell’efficacia. Se però pensiamo che l’insegnamento non possa essere disgiunto dalla relazione, cioè da un certo modo di stare insieme, e che questo modo non possa prescindere da uno sguardo più ampio e più alto sulla realtà nella quale la nostra piccola stanza è immersa, le cose cambiano. C’è un qualcosa di poliziesco nell’intervenire su uno scritto – con o senza penna rossa – o nel fermare una persona che, leggendo a gran fatica un racconto, inciampi in una parola inusitata di una lingua straniera. Può risultare umiliante sovrapporre alla sua voce e alla sua mano, ancora incerte, le proprie, sciolte ed educate.

Meglio soprassedere, dare alle parole necessarie il tempo di prendere forma, costruire un aeroplanino di carta. E in altri momenti provare ad avvalersi di qualche strumento messo a frutto da maestri del passato e del presente: correggere collettivamente gli scritti degli studenti stessi; dar loro dignità e importanza riscrivendoli a macchina e restituendoli il giorno seguente; appenderli nella stanza; leggerli molte volte, finché ognuno ne abbia interiorizzato melodia e suoni; andar lentamente, con fiducia, come la tartaruga di una nota favola.

Intanto, i treni continuano a passare e con loro i giorni, le settimane, i mesi, gli uomini. E la scuola appena iniziata – quasi sentiamo ancora il sapore di quei biscotti con la granella di zucchero che un mattino il quindicenne Zhow ha portato – corre veloce come dietro a un vetro impolverato. E allora tornano a galla tanti momenti – i termini somali che Omar ogni tanto ci regala, sottolineando quanto spesso siano simili, per non dire identici, a quelli italiani; il tappetino della preghiera che Mohamed H. e Nur hanno aperto sotto i ponti di legno degli skaters, per la preghiera delle cinque; la risata di Mohamed C., un metro e novanta di timidezza, quando, durante un gioco, si è sentito sollevare da una schiena femminile; la grinta di Isak, appena arrivato; la fiducia di Amanuel. E la prima volta in cui Promod, il più giovane, il più timido, si è lanciato nel gioco del mattino.

Sono frammenti di un discorso in gran parte ancora da scrivere, ma di cui sembra di poter individuare la parola essenziale: l’attenzione, e con lei quel fischio di treno che ci costringe al silenzio, a riguardarci negli occhi e a cercare una sincerità – nelle relazioni, negli inevitabili rapporti dettati dal ruolo – che sempre sfugge.

Così, mi piace finire con una domanda che Sekou ha posto un mattino, mentre cercavamo di mettere a fuoco il verbo. “Scusa Sara”, ha detto con quel suo italiano di creta: “Il verbo vergogna, io voglio sapere come fa, perché io vergogna andare a ballare”. Ho risposto secondo grammatica: “Puoi dire così, puoi dire cosà…”. Oggi vorrei rispondere diversamente. “Anch’io, amico Sekou, mi vergogno a ballare. E sono proprio contenta che ce lo possiamo dire qui, in questa stanza d’estate imminente”.

Sara Honegger

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