Intervista a Piero Sidoti, insegnante e cantautore

Abbiamo intervistato Piero Sidoti, autore di “Leggermente”, la canzone che è diventata la colonna sonora del progetto. La sua vita lavorativa si divide tra la musica e l’insegnamento nell’Istituto comprensivo Lestizza Talmassons, nella provincia di Udine. In fondo all’intervista una bella gallery fotografica sullo spettacolo teatrale delle classi coinvolte nel laboratorio organizzato da Piero Sidoti.

Abbiamo scelto la canzone “Leggermente” soprattutto per il suo testo. Perché secondo te bisogna cambiare le cose mantenendo un rispetto per le regole?

Penso che bisogna ritornare a investire nella cultura e nell’arte, perché è un investimento strategico, anche economicamente. Siamo arrivati in un momento in cui il rispetto delle regole, essere gentili, rispettare la coda rischia di essere l’atteggiamento più rivoluzionario e dirompente che possa esserci. Essere corretti e rispettare le regole è oggi una rivoluzione, anche perché penso che la rivoluzione più grande si faccia con l’educazione d’animo più che con le armi.

Tu hai una doppia sensibilità verso l’arte, quella di musicista e quella di insegnante. L’arte è fine a sé stessa?

Sono contento di fare questa doppia attività. Innanzitutto, sia andare a scuola e parlare con i ragazzi di scienze, sia andare su un palco a cantare una canzone sono eventi irripetibili. Poi alla base di entrambe le professioni ci sono l’empatia e la voglia di condividere informazioni. I due mestieri si conciliano facendo molti chilometri. Certo il rischio è fare male entrambi i lavori, ma penso che uno può nutrire l’altro. Con entrambi bisogna “convincere” chi ti sta di fronte e si tratta sempre di un incontro empatico.

Tu insegni alle medie, un grado d’istruzione delicato, che per alcuni rappresenta l’ultimo grado d’istruzione prima del lavoro.

Sì è vero le medie sono un passaggio delicato, perché gli alunni non sono più bambini, ma nemmeno adulti. Diventa molto importante l’aspetto motivazionale. Bisogna invogliarli allo studio e far apparire bella la scuola. Però questo spesso è trascurato e spesso l’attività didattica si riduce al registro dei voti e al conteggio della media, e quando ciò accade è deprimente per il corpo docente.

Hai organizzato attività che andassero oltre l’orario scolastico?

Io organizzo dei laboratori teatrali nel pomeriggio, e li faccio nel tempo prolungato. Questo tempo-scuola permette di non fare solo lezioni curriculari e consente di rompere la frontalità della lezione. Tutte le politiche dell’ultimo decennio hanno cercato di uccidere il tempo prolungato e questo è un dramma.

La interessante dei laboratori non sono necessariamente i loro risultati, quanto invece il percorso che viene fatto. Le ricadute positive sui ragazzi sono innumerevoli e l’acquisizione della sicurezza in sé ne è un esempio. L’anno scorso abbiamo inscenato un futuro non troppo lontano in cui le macchine sono diventate più intelligenti dell’uomo (L’arca del tempo, vedi la galleria fotografica) che invece si è involuto socialmente e culturalmente. Quindi le macchine cercano di rieducare l’uomo.

Come si approcciano i ragazzini ai laboratori?

Tutti i bambini si avvicinano con entusiasmo. In un secondo momento c’è una piccola depressione, perché capiscono che devono impegnarsi e c’è da faticare. Poi però quando si immergono totalmente nella recitazione cominciano a impegnarsi con passione ed è anche più facile motivarli nel teatro rispetto alla materia che insegno, cioè matematica. Questo perché i ragazzi hanno fin da subito chiaro l’obiettivo finale. Per mantenere alta la concentrazione cerco di puntare sul ritmo e sull’energia, a volte faccio scambiare i ruoli ai ragazzini. In particolare mi ispiro al teatro di “Pina” Bausch e al teatro espressionista tedesco, molto simbolico e fisico. Ne esce una rappresentazione che, pur non danzando, assomiglia a un ballo.

Durante i laboratori cerco di far stare tutta la classe in scena. Questo mi permette di giocare tanto sulla coralità e quello che i ragazzi imparano è convivere assieme e quanto devono aiutare il vicino per non fare loro stessi brutta figura. Cosa difficile da capire anche per noi adulti. Se uno fa capire ai ragazzi che li si sgrida perché si crede in loro e perché si pensa che possano ottenere delle cose buone, sono disposti a farsi sgridare senza mai spaventarsi. Si spaventano veramente quando l’insegnante riversa a scuola ciò che porta dall’esterno. Allora lì sì che si può verificare che l’insegnante umili l’alunno.

Che ricordo hai dei tuoi insegnanti quando andavi a scuola? Hai un buon o un cattivo ricordo?

Per me è stato utile avere sia buoni che cattivi insegnanti. Perché avendo avuto un cattivo insegnante di fronte mi ha offerto la possibilità di vedere cosa non deve essere fatto e cosa può generare umiliazioni. Io ho avuto un cattivo insegnante di matematica e lui per me rappresenta una delle migliori guide, perché sapere cosa non bisogna fare è un buon punto di partenza.

C’è differenza tra insegnante in classe e insegnante di teatro?

Non c’è una differenza così grande. Se uno si sforza di essere giusto con i ragazzi, assume un’autorevolezza che poi viene rispettata da loro sia in classe che in qualsiasi altro ambiente. Tanto è vero che a teatro bisogna essere più rigidi, perché i ragazzi non si aspettano che ci siano regole da rispettare anche lì. Poi è evidente che vedere il proprio professore di matematica fare altre cose può stupire, però anche insegnando matematica bisogna fare un po’ di teatro. Non si può fare una lezione asettica, se no si annoiano tutti. Non si può pretendere che abbiano la maturità di noi adulti, bisogna interessarli.

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