Alla ricerca di Primavalle

Renata Puleo è stata dirigente scolastica per la scuola primaria Pietro Maffi nel quartiere di Primavalle, periferia di Roma nord. Renata ha sempre cercato di mettersi in gioco in prima persona, sia come insegnante che come cittadina. Con questo contributo ha cercato di introdurci nella vita del suo quartiere partendo da una domanda solo a prima vista retorica: esiste Primavalle?

Primavalle (Roma, foto di Dede90)

Primavalle (Roma, foto di Dede90)

“La partita non è persa. L’utopia liberista ha distrutto la sua parte di sogno, di assoluto, di ideale […] Produce solo più privilegi, esistenze fredde e morte. Dunque, un rovesciamento ci sarà. Ciascuno di noi può farlo arrivare un po’ più presto.”

Serge Halimi

Primavalle è un’ampia zona della periferia Nord di Roma. La parola zona è inquietante, rimanda agli scenari di Dick, al filo spinato. Primavalle è un quartiere storico, una vecchia borgata periferica, oltre le mura, edificata durante il fascismo. Oggi che i quartieri nelle grandi città non esistono e la nozione stessa di periferia è tanto estesa quanto vaga, l’unica cosa che si può dire è che Primavalle è una specie di elastico o di fisarmonica all’interno del  Municipio XIV, spicchio della topologia urbana, grande come una cittadina di provincia. Primavalle è  una porzione di territorio dentro un contenitore burocratico e la sua elasticità è dovuta all’identità che chi ci abita attribuisce a se stesso e al luogo in cui vive.

I cittadini delle belle villette edificate nelle traverse  di via Torrevecchia o quelli che vivono nelle palazzine arrampicate su Monti di Primavalle non amano definirsi primavallini. D’altra parte, storicamente, il Fascismo edificò le case popolari per gli espulsi dal centro storico fra due piazze, Clemente XI, nota a tutti come Mario Salvi, e Capecelatro. Ma che dire allora, di Via Maffi, di Via Maglione, poche centinaia di metri più in là dei lotti, cresciute con l’abusivismo, con  le occupazioni del territorio? E dei piani zona, alla periferia della periferia? Nata come un ghetto durante la dittatura, Primavalle è solo il nome di un immenso laboratorio sociale, come tanti altri, ai margini delle metropoli.

Ho lavorato per ventitre anni, dal 1989 al 2011, come dirigente in una scuola di Via Pietro Maffi, zona Primavalle. Ogni pomeriggio, all’uscita dal tempo pieno, il cortile è affollato di donne. Il loro aspetto è cambiato nel tempo, come ovunque in periferia,  termine che come ho anticipato uso con precauzione. Oggi si vedono pantaloni e stivaletti in stile militare, magliette e cappotti con vezzi  finto Versace, qualche scarpa firmata – o pseudo. Ultimamente si vedono anche abiti arabi e africani, come la abaya, i foulard, i copricapo colorati. Senza alcuna  pretesa di annotazione sociologica, registro il cambiamento, di costume, di provenienza, non di censo. La crisi morde forte, italiani e non, e, d’altra parte, i diplomati, laureati o professionisti fra i genitori di Primavalle sono sempre stati pochissimi. Nel Centro Territoriale per l’Istruzione Adulta, che ho diretto fin dalla sua istituzione nel 1997, nei periodi di più forte migrazione, soprattutto con l’arrivo  di adolescenti non accompagnati, gli studenti  appartenevano a cinquanta nazionalità diverse. Anche i bambini  sono diventati via via sempre più a colori, ma il romanesco non basta – come sappiamo – a fare di loro dei romani.

All’inizio è sembrato facile. Il vecchio tessuto sociale  reggeva bene grazie alla solidarietà fra proletari e sottoproletari. Lo dico senza retorica. Poi qualcosa si è sfaldato, qualcosa si è indurito. Sono fenomeni che conosciamo, sono gli effetti lunghi, sconsolatamente eterni, degli anni dell’ubriacatura capitalista.

Nel 1989, la scuola sembrava possedere le risorse, almeno umane,  per fronteggiare l’onda d’urto economica e culturale. In ufficio abbiamo imparato a essere accoglienti. Abbiamo imparato che, se eravamo – come diceva una bonaria retorica – un avamposto dello Stato, un po’ come la Caserma dei Carabinieri, dovevamo fare molto più di quanto prevedeva il nostro mandato. Gli amministrativi facevano da tramite per problemi la cui soluzione sarebbe spettata ad altri. Sembravamo qualcosa fra un patronato e un’agenzia di informazioni. In Consiglio di Circolo approvavamo le moratorie per chi non pagava la mensa. Inventavamo modalità per evitare le petulanti richieste dei funzionari comunali e per scongiurare il ricorso agli ufficiali giudiziari. Ho imparato sulla mia pelle di funzionario pubblico a ragionare sul nesso fra legittimità e legalità, sulla loro inimicizia.

La nostra scuola dell’infanzia ha mostrato una qualità d’intervento che ha eroso le iscrizioni agli istituti privati, soprattutto religiosi. Qualcuno ha addirittura chiuso. Il tempo pieno nella scuola elementare (ora primaria) offriva molto, forse il meglio che si poteva fare con pochi mezzi, talvolta con scarsa preparazione professionale, con molta passione. La biblioteca, il centro anziani, il museo del Santa Maria della Pietà. Musica, teatro, uscite non solo ai Fori, ma sul territorio, come si faceva un po’ ovunque in periferia. Soprattutto, gli insegnanti si dedicarono al lavoro sulla lingua: esperienze autentiche, fra letture, libri, insegnamento sperimentale della letto-scrittura basato sui presupposti che la lingua è corpo. Al Centro Territoriale si insegnava italiano agli stranieri e a tutto quel corpo fluido ed estraneo ormai alla scuola costituito da ragazzi espulsi dall’obbligo, ripetutamente bocciati o già piccoli delinquenti. E poi gli adolescenti Rom del vicino campo sosta, per lo più slavi e centro-europei, forse kalderasha, chi lo sa più: estinti i mestieri tradizionali, chiuso il discorso identitario. Miscela difficile, mestiere frustrante. Poche soddisfazioni per gli insegnanti, oppure molte, a volerle trovare soprattutto sul piano relazionale.

Per una serie di casualità ci capitò di conoscere Claudio De Simone, membro della grande famiglia di artisti napoletani. Si inventò un laboratorio teatrale con i bambini, italiani e non. Costruì con loro testi in dialetto, utilizzò le diverse lingue parlate a scuola, Jacopone da Todi e Dante, come solo lo poteva fare uno come lui, che questa lingua bastarda l’aveva succhiata con il latte materno. Fu bello, fu durissimo. Gli insegnanti lavorarono oltre l’orario, lamentandosene, scegliendo di farlo ogni giorno per via dei piccoli doni quotidiani che venivano dai loro alunni. Alcuni genitori si lagnavano con me perché i figli perdevano tempo con un mucchio di rumeni. Gli spettacoli finali non erano esteticamente perfetti, recitava anche chi balbettava ancora, ma tutti ci convincemmo che nella scuola conta il processo, il prodotto finito si può giudicare solo in base alla strada percorsa. Tutto diverso dai lavori del progettificio imperante, fra fondi europei (il cui accesso prevede severi corsi di burocrazia finanziaria!), sostegno (miserrimo) all’autonomia, esperienze promosse per questione di immagine. Visto che parlo di teatro, ricordo le patinate pièces di un progetto finanziato dal CSA, dal Ministero, dove recitavano i bambini più dotati e qualche portatore di handicap, per via della correttezza. Spettacoli belli, percorso e strategie – cosa si imparava, come, perché –  ignoti ai docenti e partecipanti.

Gli insegnanti con cui ho lavorato sono veramente stanchi. Dicono che è diventato impossibile lavorare sotto organico mantenendo le esperienze costruite nel tempo. Dicono che ai genitori non importa più nulla: inerzia, enormità dei problemi di sopravvivenza, individualismo. Vorrei evitarmi la nostalgia, legata alle manifestazioni davanti al Ministero, alle lotte per il tempo pieno, di solo qualche anno fa. Qualcosa continua a muoversi nel sottosuolo. Come dicono gli anziani intervistati da Ken Loach nel suo ultimo film, la lotta non è finita, è appena iniziata, sotto nuove forme.

Per me, che sono stata a scuola dai sei ai cinquantanove anni, alunna, studentessa, insegnante, dirigente, e che ho lavorato fra Torino-Mirafiori, la Sicilia e Roma, il  tempo è ancora organizzato su un calendario scolastico. La scuola l’ho odiata e amata mentre la vedevo scivolare verso il baratro. Ora la scruto, ci lavoro, cerco di evitarla, da pensionata. Assomiglia, il nostro rapporto, a un vecchio matrimonio.

Renata Puleo

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3 risposte a “Alla ricerca di Primavalle

  1. Credo che il baratro verso cui scivola la scuola sia lo stesso in cui sta sprofondando la società.
    Ricordo nei tanti scambi, confronti, analisi avuti con Renata Puleo, (per noi fortunati che l’abbiamo conosciuta) tornava spesso il tema della intercambiabilità delle persone e della necessità che questa funzionasse tanto più all’interno delle istituzioni pubbliche come la scuola. Credevamo che fosse così e che fosse vero.
    Non lo credo più, credo che le persone facciano la differenza, credo che la possibilità di evitare il baratro sia riposta nelle singole persone, nella loro individualità spesa sulla collettività, penso che Renata Puleo rappresenti una conferma a questa convinzione.
    Ognuno nella sua esistenza dovrebbe trovare il suo Socrate, se questo avviene la svolta ha inizio, ma i Socrate sono rari e nel mondo attuale anche di più.
    Il problema è come fare ad avviare la svolta anche in assenza di un
    Socrate ?

  2. Il racconto di Renata Puleo mi ha commosso portandomi indietro nel tempo. Ho lavorato nel quartiere di Primavalle per tanti anni come educatore occupandomi, nel Servizio pubblico, di integrazione dei bambini con disabilità prima e di adulti poi, forse ci siamo anche incontrate e abbiamo condiviso insieme lotte e speranze. Il momento che stiamo attraversando è difficile e a rischio involuzione, ma voglio continuare e non mi perdo d’animo.

  3. Renata, mi hai mosso dentro riportando alla luce quaranta anni di scuola vissuti in altri “Primavalle” con passione e determinazione conoscendo il valore di ciò che stavamo facendo senza demordere di fronte alle difficoltà, alle ottusità, ai “nemici” che coprivano di parole e di polvere la scuola vera che penso debba essere portata alla luce per controbattere questo oscurantismo che la sta travolgendo, togliendo valore e demotivando le nuove generazioni e la gente di scuola. Il compito non è finito!

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