La classe siamo noi – Per una scuola aperta

Questa testimonianza arriva da un giovane scrittore calabrese, Michele D’Ignazio, che l’anno scorso ha pubblicato “Storia di una matita“. La peculiarità di questo autore non sta solo nel suo racconto, che parla della trasformazione kafkiana del protagonista aspirante illustratore in una vera e propria matita, ma anche nel viaggio che l’autore ha voluto svolgere attraverso scuole e librerie in cui ha proposto ai bambini di riscrivere il suo stesso testo o di produrre disegni su ciò che i bambini avevano immaginando leggendo il libro. Il suo invito è esplicito: ci vuole più aria aperta nelle nostre classi.

 

Capita, dunque, troppo di rado di poter andare in una scuola. Per chi scrive per ragazzi dovrebbe essere quasi obbligatorio. Forse un giorno lo sarà![…] Per i bambini e i ragazzi l’incontro con un “autore” è stimolante, insolito, è una pagina scritta che diventa persona viva.[…] Una scuola con le porte più aperte sarebbe una scuola più vera e più viva.

Gianni Rodari, Un autore tra gli alunni, 1968

Da piccolo, tra i banchi di scuola, giravo spesso lo sguardo verso la finestra. E superavo con la mente quel vetro che mi separava dal mondo esterno. E guardavo, osservavo, seguivo con gli occhi ogni minima azione che veniva a crearsi.

Cercavo di non farmi notare troppo. In fondo, anche la lavagna era una finestra su un mondo, un mondo di parole nuove, di formule matematiche, di forme geometriche. Un mondo fatto di regole, che spesso non capivo e non sapevo come maneggiare.

Il mondo fuori era fermo, ma solo in apparenza.

Mi lasciavo trasportare. Osservavo le nuvole, contavo le macchine, mi concentravo su qualche dettaglio: la spettacolare caduta delle foglie, i cani a zonzo, le pozzanghere, i passeggeri di un autobus. E ancora le nuvole e il cielo.

Poi, un’occhiata ai miei compagni, per vedere se anche loro erano interessati a quello che accadeva fuori. E una alla maestra, alla lavagna, al teorema di Pitagora.

E di nuovo via, fuori la finestra.

Penserete che stare a scuola non mi piaceva. E invece sì, mi piaceva eccome.

Però io volevo stare all’aria aperta. Avevo bisogno di spazio. Per qualche strano motivo, se come tetto avevo il cielo mi sentivo meglio. Respiravo a pieni polmoni. La mente si spalancava, proprio come una finestra aperta.

Ma perché non portare la scuola fuori dall’aula?

Credo avessi posto il problema ai miei genitori e alle maestre. Sarebbe bello, mi avevano risposto mamma e papà. Stare fuori distrae, era invece la teoria della maestra.

È vero, distrae. Devo ammetterlo. Ma col sennò di poi, con un briciolo di esperienza in più, lasciatemi controbattere: distrae da cosa? E a che serve la conoscenza se non viene rapportata a tutto il resto, al mondo fuori?

A 10 anni non ero in grado di dare una risposta del genere. Almeno non in questi termini. Però già allora lo pensavo: io non voglio imparare a parlare e risolvere problemi nel silenzio (silenzio?) di un’aula, voglio risolverli fuori, all’aria aperta, in mezzo al traffico e circondato da rumori, odori, movimenti.

Il mio desiderio rimase un sogno, un sogno che annualmente si esaudiva con la gita: il vivaio vicino casa, le grotte di Pertosa, la reggia di Caserta.

Ma perché solo una volta all’anno?

Qualche anno più avanti, era il mondo esterno che entrava in classe. In quarta liceo, iniziarono gli incontri con gli scrittori, i giornalisti, le visite all’università, i tornei sportivi. Ma il liceo è già un’altra storia, rimaniamo alle scuole elementari.

Tra i banchi di scuola, con lo sguardo oltre la finestra, fantasticavo con forza, come una speranza che un giorno si potesse avverare: un grande trasloco.

Trasferire i banchi e le sedie di legno, la lavagna, l’appendi giubbotti, i miei compagni e la maestra in cortile, o nel grande prato verde che circondava l’edificio scolastico. E anche gli zaini e gli strumenti di lavoro. E fare scuola lì.

No, care maestre, non pensate che fosse un trucco. Che poi, una volta sul prato, mi sarei rotolato. O avrei tirato fuori dal cilindro (cioè dallo zaino) un pallone o un frisbie o le biglie. E tutti a giocare. No, dico, fare scuola, con la maestra e i libri di testo e tutto il resto. E anche la lavagna, di quelle portatili e che si girano.

Sì, esattamente, fare scuola per come la intendete voi.

E con il tempo, come la mettiamo? E gli edifici scolastici, che fine faranno?

Serviranno per quando farà freddo, per quando pioverà. Ma qui al sud c’è sempre il sole. E nei giorni di luce, staremo fuori.

La scuola vera è fuori!

E la classe, in fondo, non è la stanza dove stiamo.

La classe siamo noi!

È la classe, alla fine, quella che ti salva. Dal senso di chiusura e ristrettezza delle quattro mura. Dalla pigrizia mentale degli adulti. Perché in una stanza si ricrea un mondo. Altrimenti, sai che noia. E ce ne raccontavamo di tutti i colori. Questo me lo ricordo. Però, se dovessi raccontarvi un solo aneddoto, farei fatica.

Dicono che i ricordi d’infanzia riemergano con incredibile nitidezza quando si è vecchi. Quindi, non è proprio il momento adatto per mettermi a scrivere. A ventinove anni si guarda avanti.

Però ricordo gli scherzi, le penne lanciate, i combattimenti, i giochi a chi arriva prima all’uscita, il gioco di far cadere i giubbotti che erano sempre troppo pesanti.

Se non fosse per una “foto ricordo” che ho davanti a me, probabilmente non mi ricorderei neanche i nomi della maggior parte dei miei compagni.

Una classe ristretta. Poco più che una squadra di calcio. La classe entra in aula, si posiziona. Alla lavagna: la maestra. Centravanti di sfondamento: le bambine più diligenti. In mediana: la maggior parte della classe. In difesa: i bambini che pensavano solo a giocare e prendevano sui quaderni dei semplici V (visto!) E in porta? In porta c’ero io. E quando la palla era avanti, lanciavo la mia immaginazione fuori la finestra, senza destare sospetti. E quando la palla arrivava dalle mie parti, paravo e rilanciavo per come potevo.

Michele D’Ignazio

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7 risposte a “La classe siamo noi – Per una scuola aperta

  1. ciao Michele…mi piacciono le tue idee e mi piacerebbe organizzare un incontro…mi sembra di aver notato che nel tuo tour la provincia di Genova è poco frequentata…. chissà…. sorrido leggendo il tuo intervento perché ogni tanto, da aprile in poi, porto i bambini in giardino con il quaderno sotto braccio e per scrivere o fare semplici operazioni si sdraiano sul marciapiede a pancia in giu… a loro non sembra vero….in barba allo scrivere bene…. a volte anche la disobbedienza è creativa e giustificata. un abbraccio Valentina

  2. Ciao Valentina,
    ti ringrazio per le belle parole! Sì, in Liguria non ho mai fatto incontri, è vero. A maggio mi avevano contattato dalla libreria “La tana del Bianconiglio” di Sanremo, ma era un periodo veramente pieno e ho dovuto rimandare. Certo, mi farebbe piacere organizzare un incontro con la tua classe. Scrivimi all’indirizzo: micheledignazio@gmail.com
    Sorrido nell’immaginare la tua classe in giardino. Alle medie, il nostro professore di Educazione Tecnica ci aveva portato in giardino per piantare un albero. È un episodio che mi è rimasto impresso. Quel professore che doveva insegnarci la Tecnologia, ci ha trasmesso soprattutto il suo amore per la Natura, attraverso gesti e parole molto semplici.
    A risentirci presto!
    Michele

  3. terrò in seria considerazione l’incontro…. purtroppo dovrò ancora temporeggiare perché il mio essere insegnante precaria mi vede ancora in bilico su due classi…. attendo sperando di essere un po’ più ferma prima di Natale. ;-)

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