Come cercando nel bosco: un modo di fare filosofia con i bambini

La Scuola di Atene, Raffaello Sanzio (1509-1511)La filosofia è fatta solo di barbe lunghe, sguardi seri e teste rade? Pubblichiamo la testimonianza di Luca Mori, ricercatore presso il Dipartimento di civiltà e forme del sapere dell’Università di Pisa, che da tempo organizza laboratori filosofici nelle scuole con ottimi riscontri. L’autore collabora con la Fondazione San Carlo (Modena) e con la Scuola per il governo del territorio e del paesaggio “step” (Trento).

Pensate a un gruppo di bambini di cinque anni impegnati a immaginare un’utopia, cioè come trasformare un’isola disabitata in un luogo in cui si può vivere bene insieme. Dopo avere discusso di cosa portare e cosa non portare, di come costruire le case e i centri abitati, di come si potrà passare il tempo, delle regole e di cosa succede a chi non le rispetta, della presenza degli adulti e di innumerevoli altre cose, a un certo punto si affaccia una domanda imprevista: all’isola si è avvicinata lentamente una nave e a bordo c’è una giovane ragazza con i vestiti stracciati, che chiede di essere ospitata. È una, ma potrebbero essercene molti, come lei, che stanno arrivando. Che fare? Alcuni rispondono “vieni pure”, senza pensarci troppo; ma un bambino tra gli altri si alza in piedi e dice in modo deciso “no, non puoi venire”; “sei sporca”; “sei cattiva”, “vieni qua per ingannarci”, “vuoi rubare le nostre cose”. Alcuni si uniscono a lui. La maggioranza si unisce a lui, finché una bambina si fa rossa in viso e prende la parola, dicendo che così non è giusto. Che quella ragazza povera che sta venendo a bussare all’isola non la conosciamo. Che non ci ha fatto niente. Che non possiamo mandarla via. Che dobbiamo prima conoscerla.

La conversazione si accende, mentre il bambino e la bambina usano le loro parole di cinque anni per argomentare il da farsi. Gli altri ascoltano stupiti: sta succedendo qualcosa di imprevisto, parole ed emozioni connettono gli uni agli altri, generando sentimenti di vicinanza e di distanza. Non c’è un lieto fine: il gruppo è diviso in due parti e la decisione è sospesa.

Questo è accaduto davvero in una scuola dell’infanzia e la bambina che ha sentito il bisogno di alzare la voce per dire che bisognava ospitare la povera arrivata dal mare, mi dice dopo la maestra, “è solitamente timida e riservata”, “non mi sarei aspettata che prendesse così la parola”, “è arrivata dal Kosovo quando aveva tre anni”, e io non l’avrei detto, perché parlava un italiano perfetto. In modo inatteso ha potuto esprimere lì pubblicamente un suo vissuto, in modo indiretto, per come è possibile farlo a cinque anni, rendendone partecipi i suoi compagni di asilo.

È uno dei tanti episodi che possono accadere immaginando utopie con i bambini. Ho iniziato a fare questo lavoro nel 2005, quando Vincenzo Brogi, dirigente del comune di Rosignano Marittimo (LI), dopo avere letto le conversazioni filosofiche di Maurizio Iacono con i bambini di due quinte elementari, aveva lanciato l’idea di provare a portare la filosofia anche tra i bambini di cinque anni. Come farlo? E soprattutto: perché? Quale senso poteva avere un tentativo del genere?

Riguardo al “come fare”, nelle scuole dell’infanzia e successivamente in quelle elementari l’idea è stata quella di partire non da “contenuti” da comprendere e imparare, ma da quesiti, enigmi, situazioni confuse rispetto a cui prendere posizione, esperimenti mentali come quello che sfida a inventare, in gruppo, un’utopia. Le insegnanti che hanno scelto di fare l’esperienza lo hanno fatto accettando preliminarmente il rischio dell’imprevisto: prima di avanzare la pretesa di insegnare qualcosa ai bambini, cioè di “segnare in” loro contenuti che per noi adulti hanno un qualche significato acquisito, si sceglie qui di dare a loro e a noi occasioni per riflettere, per esercitare il dubbio e il pensiero ipotetico. Come formatore responsabile del processo, il compito del filosofo non è quello di suggerire risposte o di rinviare a contenuti già dati, né quello di fare la morale, bensì quello di fare in modo che i bambini imparino a partire dal punto in cui sono, con il linguaggio di cui dispongono, per instaurare connessioni di senso con ciò che intravedono durante il lavoro, per mettere in relazione ciò che dicono, cogliendo relazioni e contraddizioni tra le voci, incoraggiando tutte le voci ad esprimersi.  Ciò che qui conta è l’esercizio della parola e del pensiero in uno spazio di scoperta pubblico; a partire da qui, poi, dall’emozione e dalla perplessità che possono suscitare negli stessi bambini le scelte che essi stessi fanno (come nel caso raccontato sopra), chi ha la responsabilità della relazione d’apprendimento può introdurre le grandi questioni della storia, della politica, della geografia, dell’arte, della letteratura e della scienza, che a questo punto saranno percepite diversamente, in quanto appariranno attinenti a questioni che in qualche misura ci hanno toccato e ci toccano.

Nel processo di apprendimento così attivato accade, tanto ai bambini quanto agli adulti coinvolti, qualcosa di analogo a ciò che scrive Terrence Deacon, con l’esempio del bambino che si è perso nel bosco: una persona, da sola, ha poche possibilità di trovarlo, perché i sentieri possibili da percorrere sono troppi; ma se siamo in tanti e cooperiamo, le possibilità di trovare il bambino aumentano, perché i sentieri che possiamo attraversare si moltiplicano. Poi, certo, sarà uno soltanto di noi a incontrare il bambino che si era perso: ma non gli sarebbe stato possibile trovarlo, senza l’aiuto degli altri nel gruppo che stavano cercando nel posto che si rivelerà sbagliato. Chiunque cerchi indirizza anche la ricerca degli altri. La lezione che allora si “apprende”, vissuta più che trasmessa come didascalia di un incontro, è cruciale: ogni punto di vista che si aggiunge al mio, nel momento in cui impariamo a cooperare, estende lo spazio delle mie possibilità; mi dà la possibilità di accedere ai miei “dintorni”, a quei dintorni (in senso letterale e metaforico) che io non abito e che altri abitano. Così facendo, mi libera dalla propensione a camminare in una sola direzione o, anche, a immaginarsi di camminare liberamente mentre invece si sta percorrendo per l’ennesima volta il perimetro tracciato dal guinzaglio che ci tiene fissati al nostro abito.

Le utopie create negli anni sono le più diverse: alcune hanno fiori e campi da gioco per confini, altre sono circondante da mura altissime percorse da filo elettrico e filo spinato, sovrastate da telecamere; altre ancora sono ricoperte da cupole di vetro indistruttibile e impenetrabile appena forate da minuscoli buchini, che lasciano passare l’aria e la pioggia necessarie a chi è dentro, in modo tale che, mentre ne parlano, alcuni bambini si accorgono che in questo modo si stanno imprigionando con le proprie mani in una gabbia. Le immagini e le metafore che i bambini inventano offrono spunti per innumerevoli escursioni tra le vicende e i saperi dell’essere umano.

È un processo che ha generato ulteriori inattese conversazioni quando gruppi di genitori hanno accettato la sfida lanciata ai bambini e si sono ritrovati, la sera, per costruire le loro utopie, rendendosi conto delle difficoltà che gli stessi bambini avevano affrontato. Al momento dell’incontro tra le due utopie, tanto i bambini quanto i genitori erano consapevoli della difficoltà del processo, che generalmente fa emergere tensioni e bisogni imprevisti, come sepolti sotto la routine. Ciò accade perché noi esseri umani siamo fatti così: è solo passando attraverso l’esercizio della fantasia e dell’immaginazione che riusciamo a percepire ciò che abbiamo intorno e perfino ciò che ci cade sotto il naso, in modo leggermente migliore di quanto possiamo abitualmente. Questo è il senso dell’esperienza della filosofia con i bambini, fatta utilizzando gli esperimenti mentali e gli enigmi della filosofia: l’isola e gli altri esperimenti mentali diventano un pretesto per innescare processi educativi incentrati non sull’insegnante e su ciò che ha da dire, ma su chi apprende, sulla meraviglia, sull’incertezza che costringe a riflettere e sulle motivazioni ad apprendere. L’insegnante resta a monte e a valle il responsabile dell’introduzione in uno spazio di scoperta, in cui le menti possono estendersi correlando ciò che sanno con ciò che non sanno. Ciò che ancora resta da fare, in processi come questi, perché i vincoli della scuola sono pesantissimi, è iniziare a camminare: passare da ciò che si può apprendere conversando e usando la parola – che è molto – a ciò che si può apprendere soltanto iniziando a camminare all’aperto, con un bagaglio di parole che aspettano di essere messe alla prova delle esperienze.

Luca Mori

Se siete interessati all’esperienza dell’autore segnaliamo il sito del Laboratorio filosofico sulla complessità svoltosi a Rosignano Marittimo (LI) e il documento che riassume il percorso svolto.

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3 risposte a “Come cercando nel bosco: un modo di fare filosofia con i bambini

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