Rimozione e seconde generazioni

di Angela Fossa

Ho insegnato nei Corsi di lingua e cultura italiana a Losanna per 4 anni e ho vissuto da dentro le difficoltà della 1° generazione e la complessità della 2° generazione. Ho fatto il Dottorato lì in geografia umana e linguistica proprio sulla 2° generazione. Il testo pubblicato dopo il dottorato è stato oggetto di discussioni all’università e ancora oggi mi contattano dalla Svizzera. In Italia invece l’avranno letto in dieci al massimo, come se queste storie di ragazzi figli di italiani, che svelano la complessità del vissuto migratorio, non appartenessero alla nostra storia. Nonostante dall’800 al dopoguerra siano emigrati più di 25 milioni di italiani, nella società italiana c’è una rimozione della nostra stessa emigrazione. Il fatto che solo un anno fa sia stato aperto il Museo dell’emigrazione a Roma (bellissimo) è molto significativo.

Qui sotto dei disegni frutto del gioco del ricordo, uno degli espedienti utilizzati per sfruttare la lingua come spia di attitudini interne.

I padri, emigranti di 1° generazione, hanno sofferto lo sradicamento, la difficoltà dell’inserimento nel nuovo tessuto sociale. Lo studio ventennale delle malattie psicosomatiche e mentali dello psichiatra M. Risso nell’ospedale di Berna ha evidenziato come i pregiudizi di cui è imbevuta la società d’inserimento minano l’autostima alle radici, con danni gravi che si rivelano a distanza di anni: casi di schizofrenia, proprio quando, per assurdo, si ottiene la nuova cittadinanza e il successo sociale. Qualcuno arriva ad accusarsi di avere ucciso la madre: il sacrificio quotidiano giustificava la rottura dei legami, il dolore della separazione. Senza sacrificio, resta la lacerazione, quella lontananza dai propri cari vissuta come colpa.

La 2° generazione, nella maggior parte nata in Svizzera, sente il peso di fare da ponte tra famiglia e società, per cui un eventuale insuccesso a scuola è vissuto come un dramma, per un senso di responsabilità molto forte. Si sentono tirati in due direzioni: da una parte il desiderio di vivere nel paese d’Italia, un “Laggiù” quasi mitizzato per la libertà che vi godono in vacanza e l’affettività che li avvolge, dall’altra la coscienza che in Italia era difficile trovare un lavoro. Ad una richiesta di scelta immediata del luogo in cui vivere non sapevano rispondere.

La parte più interessante della  ricerca è stata l’analisi semantica e formale dei loro discorsi orali registrati e degli scritti su temi chiave del vissuto (258 alunni per 3 anni). Un esempio sono le interferenze del francese nel loro italiano, che non sono mai casuali, anzi, rivelano valori interiorizzati del contesto culturale quotidiano (propre et ordre invece di pulito e ordinato). Un altro esempio è relativo alla descrizione del paese d’origine, ricca di aggettivazioni: emergono colori, suoni, affetti, mentre quella del “village” svizzero è composta da una lista di nomi ed è prettamente denotativa.

Se ci fosse stata un’elaborazione collettiva (dalle sedi alte della cultura per informare e formare la  società attraverso la scuola)  le storie delle nostre migrazioni ci avrebbero fatto capire cosa veramente significa emigrare, integrare, assimilare, omologare; cosa sia lo sradicamento culturale e le sue conseguenze, le trappole del multiculturalismo quando c’è tolleranza e non accoglienza. Se così fosse stato oggi non ci troveremmo impreparati di fronte ad un fenomeno storico che i nostri antenati hanno già vissuto. Non ci è stata nemmeno raccontata la versione più dura della nostra emigrazione, cioè la nostra colonizzazione in Africa, come se gli Italiani siano “buoni” comunque per DNA.

L’ignoranza, che ha le sue basi nella non consapevolezza rispetto a fatti reali che fanno invece parte della nostra storia, inevitabilmente dà i frutti negativi che vediamo ora.

Angela Fossa

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