A scuola di carcere

Pubblichiamo il contributo di Alberto Capitta, autore sardo, la cui esperienza scolastica nel carcere di Nuoro (tutt’oggi un luogo detentivo difficile) è particolarmente significativa. Quello che ci interessa qui è il necessario ribaltamento di prospettiva dell’educatore di fronte ad alunni in condizioni decisamente particolari. Un ribaltamento che, in maniere e contenuti differenti, dovrebbe esser affrontato anche in molte scuole, perché il bambino e l’adulto sono individui che partono da visioni del mondo diverse. Questo articolo è apparso nel numero 14/2013 della rivista Gli Asini.

Castelli, fiumi, corse di cavalli, nani e Ofelie, pozioni magiche, volpi e faine.  Per quanto possa apparire difficile a credersi ci troviamo nella Casa Circondariale di Badu e Carros, a Nuoro, dove da qualche tempo porto avanti un progetto di scrittura con i detenuti.

La classe è composta per la maggior parte da ergastolani in regime di Alta Sicurezza. I reati commessi vanno dall’omicidio alla strage, al sequestro di persona. Lavoriamo in una cella attrezzata come una vera e propria aula scolastica, c’è la cattedra, i banchi, la lavagna, l’armadietto e la carta geografica.

Proprio il contesto così ben riprodotto della scuola fa sì che per brevi tratti ci si scordi del luogo effettivo in cui si svolgono le lezioni. A ricordarmelo, subito dopo, sono quelle piccole cose che altrove appaiono del tutto ovvie ed inoffensive e che qui possono al contrario risultare dolorose. Chiedere come va per esempio può rivelarsi quanto mai sciocco ed inopportuno. Come deve andare? Basta uno sguardo per rispondere. Così come può risultare difficile raccontare loro della vita di ogni giorno, la vita che ci sorprende con le sue quotidiane bellezze.

Un lunedì, di mattino presto, una volpe mi ha tagliato la strada mentre viaggiavo in auto verso il carcere. Era uno spettacolo superbo: gli oliveti al primo albeggiare e la bestia che mi sfrecciava davanti prima di gettarsi nei campi gelati. Ho pensato subito di parlarne appena arrivato in classe e stavo per farlo infatti ma mi sono bloccato un secondo prima di aprire bocca.

Questo esercizio alla reticenza, giorno dopo giorno, è il mio compito quotidiano, un compito che cerco sempre di svolgere con la massima applicazione. La reticenza non è casuale ma fa parte di un vero e proprio linguaggio che a sua volta è parte di un codice del rispetto e dell’attenzione. Così ora mi ritrovo ad imparare dove credevo di insegnare. Imparare a pesare parole che credevo innocue e libere. Non è così. Tra quelle mura nessuno è libero, neppure io, neppure le parole che credo di poter pronunciare con tanta disinvoltura. E’ una cosa che ho appreso col tempo e senza che nessuno sia mai stato tanto esplicito da parlarmene. Nessuno me lo ha mai fatto notare. Non dicendolo; non spiegandolo. Eppure sono riusciti a farmelo cogliere. Da parte loro una lezione bellissima, di puro tatto.

Così adesso entrando in aula ci penso bene prima di dire che bella giornata o che traffico infernale. Perché so che non c’è termine che non possa scatenare crisi di nostalgia in un luogo dove si ha nostalgia di tutto, nostalgia dei supermercati, delle code in autostrada, della gente in genere. Altrettanto faccio quando devo impostare il lavoro, quando devo dare un consiglio sullo svolgimento di un compito: misuro le parole.

Quale insegnante, durante una normale lezione di italiano, non ha chiesto ai propri alunni di ispirarsi alla realtà? Ma qui? Quale realtà? Presente o passata che sia la realtà è una ferita spaventosa e qualsiasi riferimento ad essa suscita inquietudine. Alcuni hanno persino perso la memoria della gente. Entrati in carcere giovanissimi per scontare l’ergastolo hanno un ricordo sfumato di quei luoghi, sia che si tratti della platea di un cinema come delle gradinate di uno stadio o di una spiaggia in piena estate.

Non sono luoghi familiari. Sono luoghi sfumati, sognati forse, persi. Per recuperarli bisognerebbe parlarne, scavare. Ma mi guardo bene dal farlo. Ogni opera di scavo tra queste mura è da intendersi a rischio. Il rimosso qui è qualcosa di materiale e sembra persino di vederlo ammonticchiato in un angolo dell’aula ed è bene che stia lì e che nessuno lo smuova più. Insomma ciò che spesso costituisce la vera ricchezza della scrittura qui deve restare addormentato. Qua la norma è ribaltata, capovolta, e pure l’insegnante deve abituarsi a ragionare capovolto.

Ciò che mi colpisce dell’interno del carcere è quanto è dato per più ovvio e cioè il vedere degli uomini in punizione. È il vedere questi uomini chiedere il permesso per ogni cosa alle guardie. Come dei bambini. E in fondo cosa sono gli ergastolani? Dei discoli finiti dietro la lavagna per tutta la vita, condannati a invecchiare lì, dimenticati dai maestri e divenuti loro malgrado la memoria dell’istituto. Testimoni dei cambiamenti all’interno e all’esterno degli edifici come nessun altro.

Antonio M. vi ha visto scorrere la Storia tra queste mura. L’arrivo dei brigatisti rossi negli anni ’80, le lotte politiche portate all’interno delle celle, Badu ‘e Carros trasformato in un braciere acceso come allora veniva definito il carcere di Nuoro. E ora? Gli chiedo. E ora è lo stesso, i nuovi arrivati portano all’interno dinamiche e contenuti della società esterna. E poiché all’esterno è finita la lotta e la società è vittima di un generale rilassamento di idee e di principi, anche il carcere, essendone lo specchio, si ritrova ad attraversare una stagione dove ciò che più conta è il mero interesse individuale.

Antonio ha 53 anni. Deve scontare la pena dell’ergastolo perché accusato di sequestro di persona. Accusata dello stesso reato, sua madre, 74 anni, è rinchiusa nella sezione femminile di Badu ‘e Carros. Malata, seminferma, sofferente di gotta, reduce da un infarto la donna dovrà scontare una pena di 25 anni e nessun appello sinora è valso a far commutare la detenzione carceraria in detenzione domiciliare. La storia di questa donna e di suo figlio detenuti sotto lo stesso tetto è quanto di più penoso possa offrire il panorama carcerario.

Ma non è la sola purtroppo. Le gengive di alcuni dei miei alunni prive dei denti incisivi la dicono lunga sull’assistenza sanitaria all’interno di un istituto di pena. I denti malati non si curano ma si estraggono e non vengono rimpiazzati. D’altro canto cavarli, spesso con mezzi di fortuna, a volte è l’unico rimedio davanti alla disperazione per l’insolvenza di un medico dentista che non arriva mai.

A Badu ‘e Carros comunque i detenuti confessano di non trovarsi troppo male. Le celle sono munite di finestrelle anguste, a bocca di lupo, il water è alla turca e a vista, i medici passano di rado, l’ora d’aria la si trascorre in un luogo puzzolente detto “il pozzo”, una gabbia, una sorta di enorme pollaio delimitato da alte mura di cemento e chiuso in alto da una grata metallica attraverso la quale piovono gli escrementi dei piccioni. Nonostante questo sono in molti a dire di non trovarsi poi tanto male.

Certo, tutto ciò è niente se paragonato ad altri istituti di pena sardi. Il fiore all’occhiello dell’isola è il San Sebastiano di Sassari dove nella notte tra il 3 e il 4 Aprile del 2000 si è consumata una delle più tenebrose pagine nella storia carceraria italiana: decine di detenuti seviziati, i poveri arredi delle celle distrutti a manganellate, il tutto in segno di rappresaglia nei confronti di chi protestava per l’assenza di cibo causata da uno sciopero di due giorni dei secondini. Anche in condizioni di “normalità” comunque  il carcere di San Sebastiano rimane un autentico lazzaretto. Infestato di topi che circolano in tutta libertà sulle coperte, sorge nel cuore della Sassari più dinamica, circondato da gelaterie, bar, negozi di abbigliamento, uffici e scuole.

La situazione non cambia se ci spostiamo dall’isola. Per quanto ci si sforzi niente riesce più a scuotere l’opinione pubblica e non vi è dato che riesca a sensibilizzarla; al contrario i dati ogni volta snocciolati fanno parte oramai di una tediosa tiritera che tutti sentono ma nessuno più ascolta. Come per dire ma si ma si già lo sappiamo. La tiritera riguarda le decine di suicidi l’anno e poi gli autolesionismi, il sovraffollamento, la tubercolosi, il cancro, la scabbia, l’epatite, l’HIV, i depressi e i deperiti, gli innocenti, i diabetici e gli infartuati, i portatori di handicap, i malati di gotta, gli asmatici, i sofferenti cronici di ogni sorta di malattia o disgrazia. Al suono e nell’oblio di questa canzonetta i reclusi si disperano, prima,  e poi si uccidono. I giorni trascorrono nell’ozio più totale, le notti sono attraversate dai singhiozzi e dalle urla dei tossicodipendenti in crisi di astinenza. Intorno a tutto questo, una serie di palazzi e villette abitati da persone di ogni genere, comuni persone dedite alla vita di ogni giorno. Distese sui divani si soffermano attonite davanti alla visione della Grande Storia trasmessa dalla tv. Li indigna la disumanità di quei tempi barbari ma non si curano del Lager che hanno a due isolati da casa. Uno di quei rari esempi in cui più che il passato è il presente ad essere rimosso.

Quello del lager non sembri un paragone avventato. A parte le estreme condizioni di certi penitenziari nostrani, nel sistema carcerario italiano pare esservi in atto un reale programma di mutazione nei confronti del recluso. La detenzione procura una vasta gamma di deviazioni sensoriali. La vista, non più esercitata alle lunghe distanze, perde la capacità di messa a fuoco da lontano e si stabilizza su una focale pari ai metri che separano il detenuto dalle quotidiane pareti. L’udito conosce solo echi e rimbombi, il tatto solo metallo e ancora metallo, quello dei letti, delle sbarre, delle grate, delle porte in ferro. L’olfatto è bloccato sui due odori principali: latrine e cucine, spesso mischiati. A tutto ciò si deve aggiungere la claustrofobia determinata dalle celle troppo anguste e la paralisi dell’emotività provocata dalla mancanza di occasioni di incontro con individui di sesso opposto. Pene non scritte, non riportate in nessuna condanna ma attuate con sistematicità. Vista sotto questa luce la scelta suicida non appare più come un atto improvviso ma il capolinea di un percorso preciso.

Ne parlo in classe e ne discutiamo. In classe discutiamo di tutto. E’ una bella classe, direbbe un professore, i ragazzi sono molto motivati. I ragazzi vanno dai 32 ai 56 anni e provengono da varie zone dell’Italia del sud: Sicilia, Campania, Puglia, Calabria, Sardegna. Tra loro, due sono citati nel Gomorra di Saviano con un certo rilievo. Dello scrittore parlano in maniera pacata, dicono che oramai non fa più parte della questione, così si esprimono. Una loro opinione mi interessa;  li ascolto. Dicono che adesso è un uomo di teatro, un presentatore. La cosa si fa sempre più interessante. E quindi? Domando. E quindi può pure circolare libero che nessuno lo toccherà. Ma come? Obietto, ne siete proprio certi? La risposta mi diverte e mi disorienta al tempo stesso: “E che si fa mò? S’ammazzano i presentatori?”

Durante lo svolgimento dei temi in classe sono tutti molto silenziosi e concentrati. Mentre scrivono a capo chino posso guardarli con calma e domandarmi dove siano le tracce dei loro reati. Nessuna traccia apparente, nessun tratto visibile che conduca al loro passato. Nascosto alla mia vista probabilmente ciascuno di loro porta accanto il fantoccio del criminale che è stato. Un po’ come nella versione kantoriana de La classe morta. La lezione al contrario si rivela molto viva, animata da discussioni intorno alla materia che possono durare ore. Si citano classici, si parla di avventura, di poesia, di grammatica. Una cosa che colpisce è l’assenza di mode letterarie, non vengono citati gli autori del momento o quelli particolarmente famosi, quelli che sui giornali per intenderci siamo abituati a vedere sbandierati un giorno sì e uno no; c’è invece un sommovimento di firme spesso sconosciute, autori recuperati nella biblioteca del carcere o libri inviati dai parenti, romanzi e racconti rimasti lontani dalla ribalta e che qui acquistano la dimensione del libro utile da tenere sul comodino della cella. Un campionario di quelle che potrebbero essere le reali scelte di un  lettore se questo non si lasciasse manovrare dalle fanfare dei premi letterari e della pubblicità.

Ci sono giorni in cui la cattedra è letteralmente ricoperta di fogli. Arrivano elaborati di ogni genere, nel senso vero del temine. Si va dal poliziesco all’intimistico, dal surreale all’avventuroso, arrivano fiabe, poesie, lettere, preghiere, pensieri sparsi, di tutto. Un giorno forzo la regola sulla realtà e chiedo loro di scrivere di ciò che meglio conoscono; perché, spiego, in questo modo avremo una maggiore padronanza dei termini e del contesto che intendiamo raccontare. Si mettono subito all’opera: spuntano fuori rapine, sequestri di persona, bische e corse clandestine, conflitti a fuoco. Come non detto.

Molte pagine sono all’insegna della natura. La presenza degli animali è dappertutto. Ovunque trovo cavalli, uccelli, volpi, farfalle, ragni, cani, colombe. Molte altre riportano la visione di un cielo frammentato, il cielo dell’ergastolo, interrotto da spigoli e sbarramenti d’ogni tipo; e insieme  a questi, alle bestie, ai cieli, qualche volta emergono le memorie dei luoghi, frutteti siciliani, le strade di Taranto, di Nuoro e di Secondigliano, le carciofaie di Niscemi, le cime del Supramonte, la piana di Gela. Un’Italia meridionale e ultima ha qui il suo punto d’incontro.

Alcuni di loro sono di casa a Badu ‘e Carros. Vincenzo è uno di quelli. Quarantatre anni, siciliano di Niscemi, provincia di Caltanissetta. Avvicinandosi durante una pausa alla finestrella dell’aula commenta la crescita del quartiere intorno. Un quartiere sviluppatosi sotto i suoi occhi. Al suo arrivo non c’era altro che campagna, mi spiega. Io non vedo altro che case, villette, palazzi, strade asfaltate, campi di calcio. Quanto tempo c’è voluto per tirare su tutto ciò? Mi domando; e quale sardo ha più memoria, in questo angolo di Sardegna, di questo siciliano? Una appartenenza al luogo davvero insolita. E una domanda che sarebbe interessante inserire nel dibattito sfibrante tra gli intellettuali sardi sull’identità.

A turno, si avvicinano tutti a quella finestrella; lo fanno tra una pausa e l’altra ed io li seguo con discrezione con lo sguardo. Al di là del quartiere si vedono con chiarezza le montagne del vicino Supramonte. Si soffermano e guardano. Per certi l’esterno non è che un quadro, un dipinto da contemplare. Per altri, i più giovani, la tensione per la libertà è ancora viva.

Una sera, parlando di uno di loro, un addetto all’area educativa usò un termine che mi colpì molto. Disse che il ragazzo non si era ancora ben carcerato, disse proprio così ed io mi sono immaginato il carcere come qualcosa da spalmare; il detenuto deve lasciarsi intonacare dentro per accettare una simile realtà. Solo grazie a questa guaina interna egli, secondo una tale visione, potrà tirare avanti.

Alla fine di maggio avrò i lavori conclusivi, col bel tempo. Già da adesso non accendiamo più la stufa in classe e la stagione buona si avverte dalle giornate che vanno allungandosi. Anche all’interno di una galera avviene quello che avviene fuori, il buio che tarda, il tepore che arriva. I ragazzi sono molto sensibili a questi cambiamenti. Detestano la nebbia che si fa vedere di quando in quando e si compiacciono col mondo per le belle giornate. La peggiore, per clima, l’abbiamo passata in dicembre, in occasione di un premio di poesia. Sede della premiazione era la cappella del carcere. Ero all’inizio dell’esperienza e mi sentivo raggelato in una situazione che tutti trovavano meravigliosa. La chiesa era fredda e moderna, probabilmente un luogo per soli funerali. Un cordone di guardie carcerarie stazionava lungo le pareti. I detenuti erano stati fatti sedere nella bancata di destra, le detenute in quella di sinistra. Poiché tra queste vi era la madre del mio alunno Antonio M., all’uomo fu concesso il permesso di sederle accanto. La madre e il figlio. Lei settantaquattro, lui cinquantatre anni. Per chi cercasse un’icona rappresentativa della Sardegna lì c’era quanto di meglio potesse aspettarsi. La madre e il figlio sotto la croce. L’isola reclusa raccolta in un simbolo paradossale eppure crudamente reale.

Antonio vinse il primo premio quella sera con la poesia “Presente”. Non è nuovo a queste imprese. Ha già vinto svariati premi tra i detenuti. Per questo credo sia giusto per una volta dargli voce anche fuori dal carcere. La poesia che ho scelto si intitola “Pane”:

di Alberto Capitta

Donne che macinano grano

per fare pane

terra, mani, fuoco.

Donne nutrono in cerchio o da sé

infanzie e uomini.

I primi sono qui, sazi e futuri annoiati

o laggiù…  senza occhi

nemmeno per piangere.

Gli altri: qui e laggiù

sputano sul pane,

imbracciano il terrore

calpestano il grano, i figli, le madri,

hanno un dio maschio.

Sventrano ma non sanno fare bambini,

credono di essere la Storia

ma non ne conoscono gli ingredienti

se li conoscessero…

cuocerebbero pane.            

 

Casa Circondariale di Badu ‘e Carros, Nuoro-Marzo 2011

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