La potenza destituente del diritto del bambino al rispetto

“La escuela es fuero y faro de la humanidad”

scuola Freinet di San Andrés Tuxtla di Veracruz, Messico

Ray Bradbury immaginava persone molto particolari, “uomini-libro”, uomini liberi, che per la loro stessa sopravvivenza, fisica e psichica, fuggono e si auto-esiliano alla ricerca della libertà. Una libertà che ritrovano nell’unico luogo dove l’Uomo rimane libero a prescindere dalle istituzioni del mondo esterno: il proprio intelletto.

Gli uomini-libro hanno una missione di vita, imparare un libro a memoria, per la sopravvivenza della memoria umana e per la libertà di pensiero. Un altro scrittore ugualmente distopico, un certo Eric Arthur Blair, avrebbe apprezzato Farenheit 451, dato che pensava che “chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”. E cosa di più efficace se non il totale controllo sugli scritti del passato?

La scuola e i maestri che la fanno vivere sono i custodi di questo passato e tra i più importanti difensori delle nostre strutture democratiche. Non gli viene richiesto di essere eroici quanto gli uomini-libro, ma di mantenere quel coraggio ordinario che consente ai loro alunni di crescere con spirito critico verso ciò che incontreranno sulla strada.

Ci sono maestri e maestre che hanno vissuto così intensamente i loro ideali, che per certi versi sono paragonabili agli “uomini-libro”. Janusz Korczak è stato uno di questi. Leggere i suoi scritti è immergersi nella sua vita e incontrarlo di persona. I suoi contenuti sfondano una parete temporale per vestirsi d’attualità. Nel libro “Il diritto del bambino al rispetto” (Edizioni dell’Asino, 2011) Korczak sfoga tutta la sua frustrazione verso un mondo adulto che non riesce a comprendere la dignità del pensiero del bambino, cioè nega il suo punto di vista, le sue individualità e sensibilità. 

Per aiutarci a compiere il salto dagli anni ’30 a oggi, Grazie Honegger Fresco, nella prefazione al libro, scrive: “Perché non pensiamo seriamente ai piccoli cresciuti dentro un carcere? E i collegi con la loro logica del sospetto e del ricatto sono tutti scomparsi? E inoltre: perché non mettiamo il naso nei tanti luoghi sportivi dove i giovanissimi vengono spremuti perché rendano o nei conservatori di musica dove molte “doti” iniziali si disperdono a causa dei modi non proprio esaltanti di insegnare? E che cosa succede negli oratori, nelle molte classi in cui all’ora di religione i ragazzini vengono ammansiti con caramelle e premi vari? Ancor meno osiamo levare la voce contro la scuola, il luogo per eccellenza dove si allevano i bulli e i furbi, a spesa dei “felici pochi” – i fortunati – che incontrano maestri intelligenti, sensibili e rispettosi dei loro allievi. C’è una sorta di vergognosa omertà tra gli adulti contro i bambini che anche altri nel primo Novecento hanno denunciato – Maria Montessori o Arno Stern, Dewey o Freinet – ma nessuno, come Korczak l’ebreo (così si dichiarò ai nazisti), l’ha fatto in modo altrettanto forte e continuo, sempre proteggendo nei fatti i più miseri, i più fragili”.

La tenacia di Korczak non muore nemmeno nel ghetto di Varsavia, dove ricrea una scuola per i suoi alunni. Solo un campo di concentramento riuscirà a interrompere bruscamente il suo progetto di vita.

Un’altra figura intrigante tra i maestri degli anni ’30, è quella del maestro spagnolo Antoni Benaiges, la cui storia è raccontata nel nuovo documentario di Alberto Bouglex, El Retratista (ZaLab, 2013). Benaiges abbraccia il metodo Freinet e lo applica in un piccolissimo paese spagnolo, Bañuelos de Bureba (Brugos, Spagna). Célestin Freneit sviluppa tecniche d’insegnamento rivoluzionarie per l’epoca, ma che sono tali anche oggi: un rapporto non-gerarchico tra maestro e alunno, la valorizzazione delle produzioni che possono scaturire dalla creatività del bambino, l’utilizzo di manuali scolastici auto-prodotti dagli alunni che si affianchino in maniera dinamica ai libri di testo, l’inserimento nelle lezioni di attività, anche lavorative, del mondo esterno (come la produzione di una piccola tipografia). Facendo ciò Antoni Benaiges attira le ire delle istituzioni e dei compaesani conservatori. Non appena scoppia la guerra civile Benaiges è la prima vittima dei franchisti, che lo preferiscono in una fossa comune.

È una coincidenza che questi uomini-libro siano stati annientati da forze autoritarie e totalitarie, ma il cui pensiero sia rimasto enorme fonte di ispirazione per generazioni di maestri?

Qual è il modo migliore per capire come si può avere coraggio nell’insegnamento, senza andare in Polonia o Spagna a combattere contro i fascismi? I lungometraggi di Vittorio De Seta sono un ottimo strumento per avvicinarsi allo spirito di alcune significative esperienze italiane. Non a caso De Seta si consulta con due tra i maggiori pedagoghi dell’epoca, Francesco Tonucci  e Mario Lodi.

Dalle lenti di De Seta escono “Diario di un maestro” (1972), che prende spunto dall’esperienza di un maestro in carne e ossa, Albino Bernardini (Un anno a Pietralata, 1968), e “Quando la scuola cambia” (1979), la cui prima puntata si basa proprio sulle lezioni di Lodi e la cui seconda puntata si basa sulle pratiche del maestro Carmine De Padova.

Dalla prima puntata devono essere citate le parole del prof. Tullio De Mauro su Carmine De Padova:

“una cosa molto interessante del lavoro di De Padova è questa sua capacità di imparare insieme agli alunni. Cioè nel momento in cui si apre a questa realtà che gli sta intorno (..) De Padova stesso per primo (..) è spinto a imparare lui stesso. Il maestro (..) non è più quello che ripete delle cose perché altri imparino a ripeterle, diventa uno che sa delle cose e che partendo da queste, e da quel che lui stesso non sa, impara e insegna a imparare. Diventa cioè un co-produttore, produttore in cooperativa, di nuove conoscenze, che non avevano gli alunni, ma che non aveva neanche lui, non aveva nessuno. (..) c’è un secondo aspetto interessante: le cose che sono prodotte su questa via sono così nuove e interessanti che diventa quasi naturale esportarle all’esterno. Cioè la scuola di riapre alla realtà con la quale è in contatto”.

Mentre De Padova insegna in provincia di Taranto, Mario Lodi sta insegnando centinaia di chilometri a nord, in provincia di Cremona. Tuttavia, le stesse parole di Lodi si sposano perfettamente con l’esperienza di De Padova:

“noi studiamo la vita, l’ambiente. Non c’è niente che non sia in relazione con la matematica (..) non c’è processo educativo che non sia inserito sulla realtà del bambino (..) la scuola dovrebbe mettere in condizione il bambino di vivere lo studio (..) più che come gioco, che è una parola ambigua, come impegno interessato, che soddisfi la sua esigenza di conoscenza, di esigenza sociale e di esigenza motoria. Dovrebbe metterlo nelle condizioni per usare la fantasia, l’immaginazione, l’esperienza e produrre cultura. Questo non avviene, la sua esperienza, la sua cultura personale, non viene portata con un salto di qualità sul piano della socialità. Viene rifiutata e gli si da il contenuto pre-ordinato trasmesso. Perchè l’obiettivo non dichiarato reale è quello di non formare uomini che hanno fantasia, capacità operativa, che producano. Perchè sarebbero pericolosi”.

Correva l’anno 1979. È naturale pensare che molto sia cambiato, ma in che direzione siamo andati se questi sono tuttora i nostri pedagoghi di riferimento? L’attualità delle loro esperienze concrete e del loro pensiero dovrebbe farci riflettere e stimolare la creazione di nuove forme di resistenza e d’azione. Ci sono molti insegnanti che ancora seguono queste tecniche, in questi mesi li abbiamo incontrati personalmente. Sarebbe bello che molti li incontrassero, partecipassero ai loro laboratori e li ascoltassero. Ma sarebbe altrettanto bello che questi educatori  e queste educatrici alzassero il volume delle loro voci: i loro metodi e le loro azioni fanno parte di quella potenza destituente di cui parla Giorgio Agamben, capace di “arrestare la deriva antidemocratica dello Stato di sicurezza” senza che essa stessa venga “rilevata dal dispositivo di sicurezza” e che precipiti “nella spirale viziosa della violenza”. 

Michele Aiello

Qui di seguito l’inizio di Diario di un maestro di De Seta, 1972 (estratto)

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