Quando il cinema si contamina di scuola

I bambini ci ri/guardano, Gli Asini n. 20Cos’è stato il progetto La prima scuola e perché sarebbe opportuno riproporlo e, perché no, copiarlo?!

Ho cercato di raccontare il viaggio del progetto La Prima Scuola dal suo inizio fino al lavoro di selezione della commissione. Sebbene il viaggio continui tentando di rinnovarsi e innovarsi, mi sembra opportuno riproporre qui l’articolo pubblicato sul n. 20 della rivista Gli Asini (marzo-aprile).

(La foto in portata ritrae il coro Sesta Voce della scuola Iqbal Masih di Roma, durante la loro esibizione del secondo appuntamento di Infanzia alla Ribalta)

È arrivata in una calda mattina di sette mesi fa la chiamata di Andrea Segre, nella quale il regista, ormai affermato sia nel documentario che nella fiction, mi chiedeva di far parte di un progetto tanto inusuale quanto entusiasmante: La Prima Scuola.

In quel periodo Segre e JoleFilm erano in fermento per gli ultimi ritocchi al film La Prima Neve, che sarebbe stato presentato, di lì a poco, al Festival di Venezia. Qualcos’altro però bolliva in pentola che aveva la possibilità di proiettare il film oltre lo schermo e verso altri obiettivi.

Partendo dalle esperienze di recitazione dei bambini, in particolare quelle del protagonista Matteo Marchel, si è andata sviluppando l’idea per Segre di far qualcosa per le scuole. Ciò prendeva origine da diverse considerazioni: i tagli all’istruzione non hanno colpito solo le strutture scolastiche e alcuni servizi di base come la mensa e i bagni, ma hanno anche ridotto all’osso le capacità della scuola di attivare laboratori al di fuori dell’orario scolastico; a questo si aggiungono anche alcuni aspetti culturali che non fanno bene alla crescita dei bambini, come il bombardamento di immagini e pubblicità, la iper-protezione dei genitori, l’assenza della strada e della natura come spazi di gioco e apprendimento; infine, la presenza di vere e proprie riserve destinate ai bambini come unici luoghi protetti di fronte a un ambiente urbano del tutto inadatto alle loro esigenze.

Da queste problematiche è nata l’idea di attrarre risorse per finanziare laboratori pedagogici di vario genere nelle scuole pubbliche sfruttando l’uscita del film nelle sale cinematografiche. Perché è importante spiegare come si è svolto questo progetto e come è stato possibile raccogliere 34.000 euro di donazioni senza grandi donors alle spalle? Non per semplice auto-compiacimento, ma per dire che è auspicabile che un’iniziativa del genere possa essere replicata da altri. Con una nota a margine: in primo luogo per noi ha avuto una cruciale importanza il processo, quello che prima di tutto ci ha coinvolto e responsabilizzato; in secondo luogo, non ne abbiamo fatto un’operazione di marketing. Si è trattato di un percorso che abbiamo cercato di vivere in ogni momento in modo genuino e senza ipocrisia.

La sfida della nebbia, da zero a 100 in pochi mesi

Nel momento in cui Segre ha deciso di affidare in toto la gestione del progetto a ZaLab, l’associazione di cui è socio, rimaneva aperta l’incognita su come renderlo operativo. Il sostegno finanziario di JoleFilm è stato fondamentale, dato che tutti i costi del progetto dei primi 5 mesi sono stati coperti da una loro cospicua donazione (i mesi seguenti sono stati coperti da un generoso contributo della cantina Masi di Verona). Da un punto di vista tematico, non si partiva da zero data l’esperienza di ZaLab con i laboratori LapaTV e le esperienze di video partecipato. Tuttavia, la cosa migliore per riempire di contenuti i passi successivi era quella di raccontare esperienze educative innovative passate e attuali. Questo ha fertilizzato il campo della raccolta fondi e le ha conferito una particolare vitalità.

D’altra parte uno degli obiettivi più interessanti era anche quello di provare a porsi come mediatori di nuove progettualità e incontri. È curioso vedere come oggi le figure di facilitatori e mediatori rivestano un ruolo importante in certi contesti. Questo perché tra i paradossi odierni c’è questa incapacità di incontrarsi per creare nuovi percorsi: la frammentazione e l’auto-referenzialità regnano nell’era dei social network.

Per prima cosa abbiamo pensato ad aprire un blog, in cui poter pubblicare e condividere proposte, provocazioni, denunce, critiche, esperienze sul mondo della pedagogia e della scuola. Abbiamo pubblicato racconti di genitori, maestri, educatori, scrittori, ex-dirigenti. Ognuno ci ha mostrato un pezzetto di scuola italiana. Dopodiché abbiamo pensato che il film potesse essere proiettato anche al di fuori delle sale cinematografiche, di modo che potesse essere catalizzatore per discussione sulla crisi della scuola pubblica a livello territoriale. La proposta è stata poi estesa anche alle scuole stesse e a incontri mattutini per il dibattito con gli studenti.

Se deve essere citato un esempio ci tengo a parlare delle maestre di Sezze (LT) che ci hanno seguito da vicino e con grande entusiasmo. Sebbene il bando fosse prossimo alla chiusura hanno organizzato lo stesso una proiezione nella loro scuola e hanno raccolto una delle somme più alte tra quelle che sono state raccolte in una singola giornata. A Sezze, paesino di 24.000 abitanti, sicuramente è stato raggiunto l’obiettivo di contaminare lo Spettacolo con un’utilità sociale Altra. Per fortuna non si è trattato del solo episodio. Molti altri hanno organizzato proiezioni in cui è valsa molto l’atmosfera che si è generata più che l’effettiva donazione poi raccolta.

Questi tipi di iniziative non possono presupporre una immediata monetizzazione, perché è difficile prevedere un guadagno in certe attività di promozione sociale. Chi si è dimostrato disponibile a unirsi all’esperimento ci ha permesso di superare i limiti insiti nella raccolta fondi portata avanti da Segre durante il suo tour. Questo però è stato anche utile per una maggiore diffusione del bando tra le scuole. Infatti, pur essendo il web un grande mare pieno di possibilità, è anche vero che bisogna avere molte energie per approdare in più porti. Così abbiamo chiesto a diversi amici di unirsi nella sfida.

Paolini, Ovadia, Battiston e il ruolo di Sherwood

Per esser sicuri di poter finanziare un minimo accettabile di progetti ci eravamo posti una soglia ambiziosa: 50.000 euro. Una quota che, aldilà della sua fattibilità, lasciava aperto il dilemma iniziale riguardo la provenienza dei fondi. Accettare soldi da determinate fondazioni avrebbe condizionato la nostra libertà? Incognita su cui interrogarsi, ma all’inizio non si escluse a priori l’ipotesi di un grande finanziamento da un singolo, proprio perché non sapevamo quante donazioni avremmo raccolto. Su un punto però ci fu condivisione: nessun contributo sarebbe stato accettato dagli enti pubblici, perché quand’anche ci fosse stata la disponibilità a finanziare nel settore dell’educazione, essa avrebbe dovuto rivolgersi direttamente al territorio senza passare da noi.

D’altra parta però, le singole sottoscrizioni raccolte direttamente da Andrea Segre durante le presentazioni del film si sono rivelate dopo qualche mese insufficienti, nonostante ammontassero a una considerevole somma, circa il 40% sul totale raccolto. Il che la dice lunga sul grado di preoccupazione generale verso il tema dell’istruzione e su quante potenzialità abbia la sinergia tra spettacolo e impegno sociale.

Abbiamo quindi cercato la collaborazione degli attori del film e di alcuni artisti che condividessero la nostra sfida e che fossero disposti a portare la raccolta fondi lungo i loro tour: Marco Paolini e Mario Brunello a Treviso; Giuseppe Battiston e la compagnia Teatro dell’Archivolto a Genova e oltre; Moni Ovadia insieme a Jovic Jovica e Marco Rovelli a Marghera; Vinicio Capossela e Anita Caprioli in alcune occasioni; la sempre gradita Piccola Bottega Baltazar. La collaborazione di questi artisti si è intrecciata in alcune occasioni con altre contaminazioni con gli spazi occupati e/o auto-gestiti. La disponibilità della rete dei centri sociali di Sherwood, in Veneto, ha dimostrato che quando i centri sociali creano sinergie con la cittadinanza, le strade che si possono aprire sono tante. Al centro sociale Rivolta di Marghera, insieme al quale abbiamo organizzato il proseguo di “A scuola di cittadinanza” già sperimentato a Padova, abbiamo vissuto qualcosa di particolarmente intenso. Un pomeriggio interamente dedicato a laboratori per e con i bambini che ha messo in discussione la visione dello spazio stesso, sia degli organizzatori che di coloro che per la prima volta entravano in un centro del genere. Lo stesso è avvenuto anche al Nuovo Cinema Palazzo di Roma, con la giornata “Infanzia alla ribalta”. Anche lì i laboratori e i dibattiti hanno portato a confronto diverse realtà della pedagogia romana. In questo caso particolare si è trattato di un piccolo successo perché il 29 marzo, l’11 maggio e l’8 giugno ci saranno altri appuntamenti a continuazione del percorso iniziato il 7 dicembre.

Le peculiarità del bando e una storicità ritrovata

Se le fonti dei problemi erano chiare e i mezzi da adottare si palesavano pian piano, il tassello mancante era costituito dal bando, alla cui base giace l’intuizione più grande di Segre: formare una commissione di esperti coordinata da Goffredo Fofi. A formare la commissione infatti sono persone impegnate da tempo nel campo della pedagogia attiva e che operano in diverse regioni italiane: Peppe Carini (Campania), Franco Lorenzoni (Umbria), Vinicio Ongini (Lazio), Sara Honegger (Lombardia) e Marco Paolini (Veneto). Ognuno di loro, partendo dalle proprie specificità, ha contribuito alla stesura del bando, il vero fiore all’occhiello di questo progetto.

L’obiettivo del bando è chiaro fin dalla prime righe: “La speranza è che le attività svolte riescano a creare o rinforzare una solida rete territoriale tra scuola e ambiente circostante funzionale a porre il diritto del bambino all’istruzione in primo piano. Quando si parla di qualità intendiamo un’istruzione: che permetta alle individualità dei singoli di esprimersi liberamente; che ponga le condizioni per una sana collaborazione tra gli alunni; che faccia dialogare bambini di età diverse; che, laddove possibile, faccia produrre ai bambini il materiale di studio; che porti i bambini al di fuori delle aule; che ispiri il bambino nella totalità della sua persona, attraverso il suo corpo e la sua storia; e in cui l’insegnante si ponga in una posizione di ascolto e apprendimento per tutto ciò che i bambini stessi possono insegnargli (..) La Prima Scuola vorrebbe stimolare la ricezione di idee forti, profonde, significative, capaci di smuovere consuetudini e costituire “inciampi” (sia nel metodo che nei contenuti); proposte che mettano in discussione gli spazi dell’attività educativa (uscire in città e esplorare la realtà esterna, incontrare chi normalmente non si incontra) e i tempi dell’attività educativa (ritmi che permettano di andare in profondità, tempi che offrano uno spazio adeguato alla riflessione)”.

Il bando persegue obiettivi tanto retoricamente consumati quanto vitali per la scuola, i quali sarebbe grave dare per scontati. È evidente che la coesione territoriale e il dialogo tra scuola e realtà circostanti può essere virtuoso solo se alla base viene fatto un accurato ragionamento sul contesto sociale in cui vive, come insegna l’esperienza del Centro Territoriale Mammut. Inoltre, il coinvolgimento di attori a volte esclusi dai ragionamenti pedagogici come il personale ATA o gli artigiani della città e il recupero di vecchie tradizioni ancora valide (che rispettano davvero i bambini: i bambini pensano, progettano insieme, fanno) sono altresì importanti per intessere relazioni di cooperazione sia tra bambini che tra educatori.

All’inizio si era pensato di andare incontro alla sola scuola pubblica, in quanto garante dell’accesso universale all’istruzione. In un secondo momento però è stato fatto notare che molte esperienze innovative sono state avviate, in passato come oggi, in scuole organizzate in cooperative o in progetti cosiddetti di homeschooling (scuole familiari). La porta quindi è rimasta aperta per le paritarie.

Tra le tante cose apprezzate dal bando ce n’è una che invece ha suscitato quasi sconcerto. L’introduzione della soglia under 40. Molti insegnanti oltre i quarant’anni ci hanno chiamato lamentando un’esclusione ingiustificata, data la maggioranza degli insegnanti over 40 con la cattedra e data invece la precarietà di coloro che non la detengono. Pur non nominando mai la parola “precarietà” nel bando, l’inserimento di un limite d’età era dovuto proprio al fatto che chi è precario e non sa nemmeno in che scuola sarà l’anno successivo soffre di una mancanza di riferimenti fisici e psicologici non poco destabilizzanti. Per questo abbiamo scritto che sarebbero state “privilegiate” le proposte provenienti dagli under 40. L’obiettivo, inoltre, non era solamente questo, ma anche lo stimolo al dialogo intergenerazionale. Perché un over 40 non dovrebbe coinvolgere un trentenne nel suo laboratorio?

Infine è opportuno spiegare perché abbiamo inserito tre fasce di finanziamento. La divisione in tre fasce è stata una scelta motivata, perché l’inserimento di un’unica soglia ci avrebbe esposto al rischio di ricevere tante proposte “gonfiate” appositamente per ambire a ricevere il massimo. Così facendo, invece, ognuno ha potuto tarare le proprie proposte in base alle proprie reali capacità.

Sono arrivate 159 proposte da tutta Italia: Lazio (42), Veneto (34), Lombardia (15), Emilia-Romagna (15), Piemonte (14),  Campania (9), Toscana (8), Umbria (6), Friuli Venezia Giulia (4), Abruzzo (3), Trentino-Alto Adige (2),  Liguria (2), Basilicata (2), Sicilia (2), Sardegna (1). La divisione geografica delle proposte, più che rispecchiare la vivacità dei singoli territori in questione, rispecchia in buona parte i luoghi dove siamo riusciti a concentrarci di più e a farci conoscere in questi mesi di lavoro. Tuttavia, salta all’occhio una curiosa eccezione: il Trentino-Alto Adige. Il Trentino è la patria del film e inoltre a Trento c’è stata enorme partecipazione verso La Prima Scuola, dal Cinema Astra alle superiori Pertini e Da Vinci, dal Forum Trentino per la Pace al Museo delle Scienze, dallo stesso paesino di Pergine al Gioco degli Specchi. Questo è sicuramente spunto per alcune riflessioni.

Detto questo, la bellezza del progetto risiede in due preziosi punti di forza: indipendenza e delicatezza. L’indipendenza sta nell’aver raccolto 34.000 euro grazie a singole sottoscrizioni, dai 50 cent ai 100 euro, la delicatezza nell’aver scritto un bando che cerchi di premiare chi spende enormi energie nella metodologia e che si ponga questioni cruciali come l’autonomia del bambino, la parità tra educatore ed educando, il rispetto per le esigenze, il vissuto e le creatività dei bambini, la costruzione di una comunità solidale.

Cooperation is the answer

Il periodo di immobilismo e stagnante pessimismo sta pesando molto sugli animi e più permane più alimenterà disillusione e qualunquismo. Quest’atmosfera è descritta bene dal Centro Territoriale Mammut di Napoli quando ripercorre il periodo antecedente alla sua nascita: “Al di là dell’isteria collettiva e delle psicopatologie che un clima sociale tanto depresso è riuscito ad alimentare, la difficoltà era diventata trovare qualche senso politico in questa deriva” (Come partorire un Mammut, 2011: 17-18).

Il modello cooperativo rimane a fondamento delle migliori tecniche d’insegnamento. Franco Lorenzoni, uno dei commissari del progetto, l’ha messo in risalto (durante la trasmissione Fahrenheit di RadioRai3) ricordando l’opera di Mario Lodi, scomparso recentemente: “Consapevole di quanto la scuola avesse contribuito al consolidamento del fascismo, Mario Lodi per tutta la vita ha sperimentato concretamente e difeso con forza un’idea di scuola che avesse al centro la costruzione di una comunità di persone libere”. Una comunità, preciserebbe il Mammut, “di cui l’educatore e l’educando siano parte e in maniera paritaria”.

Per cui questa comunità di persone libere non può prescindere da un discorso sugli educatori e sulla loro cooperazione. Così come gli allievi hanno determinate esigenze, così anche gli educatori. Il recupero degli spazi pubblici urbani da parte di associazioni come Cantieri Comuni o Città Bambina riconoscono proprio questo tipo di continuità tra lo spazio per adulti e lo spazio per bambini e dunque anche l’importanza di considerare anche l’esigenza degli educatori di poter lavorare in contesti consoni.

Più la nostra società si frammenta, più si rende necessaria la costruzione di nuove forme di cooperazione non solo all’interno di un discorso città-periferia, ma anche nella questione città-campagna. Il paradosso attuale è la presenza pervasiva di mezzi di comunicazione che ci permettono di essere in più luoghi e in contatto con più persone, ma allo stesso tempo riduce al minimo i confronti diretti, che infatti sono rari e raramente producono risultati.

I momenti in cui noi (come La Prima Scuola) abbiamo cercato di avviare questo tipo di ragionamento non sono stati per nulla deludenti. Le giornate “A scuola di cittadinanza” a Marghera e “Infanzia alla ribalta” a Roma avevano proprio il fine di far incontrare diverse realtà che non si conoscevano. A Roma qualcosa si è mosso. La capacità degli educatori di contattarsi e allearsi per perseguire fini comuni può creare vere e proprie comunità che permettano un reale recupero del concetto di “potere”, non più inteso come potere oppressivo e di controllo delle istituzioni, ma come un potere del fare di cui ognuno, come individuo o gruppo, è in possesso. È evidente che il potere di un gruppo non può essere inteso solo come la sommatoria di singole individualità, ma deve necessariamente essere la risultante di una comunità coesa e che ragiona coerentemente verso obiettivi specifici. Finché i componenti di un gruppo nascente mantengono attitudini auto-referenziali e perseguono fini di breve periodo, il percorso sarà minato fin dal principio.

Per concludere vorrei richiamare il pensiero di un grande classico, Bruno Ciari. Sebbene nelle Nuove tecniche didattiche (Ed. dell’asino, 2011) Ciari parli poco dell’aspetto della corrispondenza, (forse proprio perché è una delle tecniche in cui la libertà dei maestri è più ampia nel suo utilizzo) è evidente che per lui, come fu per Freinet, si tratta di un momento cruciale. A Ciari è sufficiente esplicitare che presupposto imprescindibile per una corrispondenza efficacie è la cooperazione tra maestri. Senza di essa il processo diventa meccanicistico, sterile e fine a se stesso.

È probabile che egli offra così poco spazio al discorso sulla cooperazione tra maestri perché la dà per scontata, laddove gli educatori abbiano la stessa visione del mondo. Nel contesto del dopoguerra, con molti maestri intrinsecamente anti-fascisti, può essere plausibile. Il problema odierno è che pur avendo la stessa visione, la cooperazione tra maestri si attiva raramente e la frammentazione sociale risultante limita le potenzialità educative.

Michele Aiello

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